Addio Bianchi, hai reso la F1 più sicura

Addio Bianchi, hai reso la F1 più sicura

A 21 anni da Imola, la morte torna a falciare un pilota

    Addio Bianchi, hai reso la F1 più sicura

    E’ triste dirlo, ma che la vicenda Jules Bianchi sarebbe terminata nel modo peggiore, era un po’ prevedibile. Persino dalle parole di Philippe Bianchi traspariva tutto il realismo di una condizione tragica, difficilmente ribaltabile. La Formula 1 deve tornare a fare i conti con la morte, di fatto in pista, perché dallo schianto di Suzuka Jules non si è più svegliato. Diversamente da Senna, da Ratzenberger, da altre innumerevoli tragedie consumate sui circuiti negli ultimi 60 anni, per avere le immagini del botto di Bianchi si è dovuto attendere.

    Un “filtro” che certo non ha alleviato il dramma, vissuto in diretta per fotogrammi, ricostruzioni della dinamica, fino alle riprese amatoriali dagli spalti, a mettere tutti davanti alla durezza di un impatto violentissimo. E’ sempre accaduto che le corse in auto abbiano dovuto vivere eventi tragici, morti, per correre alle contromisure sul fronte della sicurezza. Fa parte del gioco, non sarà mai uno sport immune da tragedie. Il rischio di correre su un livello inimmaginabile per i comuni mortali, rende dopotutto affascinante uno sport che, per quanto criticato e bistrattato, ha nonostante tutto un non so che di magico.

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    La Virtual Safety Car, i provvedimenti partoriti da una commissione d’inchiesta che ha riversato interamente sul pilota le colpe dell’incidente, serviranno a rendere ancora un po’ più sicura la Formula 1, almeno fino a quando non si scoprirà un’altra criticità, un altro elemento imponderabile e potenzialmente letale.

    Quanti si sono posti problemi morali, se fosse giusto proseguire a correre e assurdità di questo tipo, semplicemente non percepiscono l’essenza stessa delle corse. Ognuno dei 20 ragazzi che corrono domenicalmente in Formula 1- e la miriade di sognatori che sperano un giorno di arrivarci -, fino a chi è impegnato in altre categorie, dai kart alla Nascar, sa esattamente quali sono i rischi del mestiere.

    Ma non puoi correre pensandoci. Devi conoscerli, esserne consapevoole, come lo era Jules, ma in pista devono restare fuori dal paddock. Ha pagato a carissimo prezzo un errore di guida, perché alla base di tutto c’è questo dato, ingigantito nelle conseguenze da una ruspa troppo a lungo ferma in una posizione pericolosa. Jules ha tenuto giù il piede, per provare a recuperare su chi gli stava davanti, nonostante le bandiere gialle suggerissero prudenza.

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    Ma che prudenza può mai avere un pilota? Giusto non ne abbia, non fa il tassista né guida uno scuolabus: deve spingere a tutta, sempre. E questo porta dei rischi. Bianchi ha pagato un conto pesantissimo, per degli errori che nel complesso hanno generato il dramma vissuto poi per quasi 10 mesi dai familiari. Il peso più insopportabile lo hanno dovuto portare avanti loro, costretti ad aspettare non si sa bene cosa, in un quadro clinico che non ha voluto dare mai una speranza. Jules se n’è andato e, in fondo, ha ragione il padre: sopravvivere senza poter continuare nel suo sogno, per un ragazzo di 25 anni, non avrebbe avuto senso.

    Fabiano Polimeni

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