Ayrton Senna, perché nasce la leggenda [FOTO e VIDEO]

Il mito, il fenomeno, l'uomo. Perché nasce la leggenda di Ayrton Senna, morto tragicamente a Imola il primo maggio di 23 anni fa.

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    senna tributo 2014

    Il primo maggio ’94 ha due facce. Quello della cronaca, dell’incidente con il piantone che si spezza e porta la Williams dritta al Tamburello; poi c’è l’altro lato, quello dell’inizio della Leggenda immortale. Le gesta di Ayrton sarebbero entrate in ogni caso di diritto nella storia dello sport, perché capace di andare oltre quello che era il limite comune. La morte, se possibile, ne amplifica l’aura divina.

    Non è blasfemia dire che per i brasiliani Senna fosse un Dio. La povertà estrema, l’assenza di istruzione, il popolo verdeoro vedeva in Ayrton l’unica gioia, un simbolo attraverso il quale orgogliosamente poter dire: «Sono brasiliano». Si comprende solo in questo modo il perché degli onori funebri come un capo di Stato, la folla oceanica che a San Paolo segue il feretro lungo il percorso.

    Il ricordo

    Quei trionfi e le battaglie memorabili di cui vanno fieri i brasiliani, appartengono a tutti gli appassionati: una vittoria di Senna aveva qualcosa di mistico, trascendeva il gesto tecnico, comunque perfetto. E’ questo che lo caratterizza tra tutti i più grandi dell’automobilismo, soprattutto nel confronto con l’altro assoluto campione che ne ha raccolto il testimone, quantomeno in termini prestazionali: Michael Schumacher. Due mostri sacri in grado di segnare in maniera indelebile i libri di storia della Formula 1, pur essendo agli antipodi per carattere, appeal, metodo. Scientifico, calcolatore, “antipatico” il tedesco; spettacolare, emozionale, mistico Senna. Non significa che Ayrton fosse uno guidato dalla casualità e improvvisazione, anzi. Basta pensare alla cura per la forma fisica, primo pilota a prepararsi come un atleta. Il brasiliano, però, mostrava un altro lato del carattere al pubblico, quello che ti faceva innamorare del personaggio. Michael non ci riuscirà mai, se non nei confronti dei tifosi più fedeli.

    Ogni vittoria del brasiliano era una liberazione, una missione compiuta quasi a portarsi sulle spalle i problemi di una terra, il Brasile, che lo aveva eletto a eroe e simbolo positivo. Epica la vittoria nel 1991, quando trionfò sul circuito di casa, a Interlagos, come mai gli era riuscito in carriera: scese dalla vettura stremato fisicamente, dopo aver guidato nell’ultima parte di gara con la sola sesta a disposizione; le scene del podio, con il trofeo issato al cielo davanti al suo Brasile, in una sofferenza fisica inumana, rappresentano al meglio la simbiosi tra sport-uomo-popolo che Senna seppe interpretare.

    Ayrton era capace come nessun altro di andare oltre il mezzo, oltre i limiti, stabilendone altri irraggiungibili per chiunque. Montecarlo 1984, Estoril 1985 e Donington 1993 sono le perle assolute dove raggiunse la perfezione nella guida, sempre con vetture ampiamente inferiori a quelle degli avversari (Toleman, Lotus e McLaren rispettivamente, ndr).

    A distanza di 23 anni, la tragedia di Imola – rivista in una interpretazione più ampia del personaggio Senna – resta sì una fine tragica ma con i contorni del “sacrificio” dell’eroe. E fu proprio il suo rivale Schumacher, insieme agli amici di sempre come Gerhard Berger e Sid Watkins, a portare avanti da quel 1994 la battaglia per circuiti e vetture più sicure, presentando alla federazione le istanze e i bisogni dei piloti, punto sul quale Senna ebbe aspre lotte con il potere negli anni del suo dominio.

    Guardando indietro, osserviamo una Formula 1 completamente diversa da oggi, quasi a chiederci come fosse possibile correre in certe condizioni di pericolo evidente. I nostalgici resteranno inevitabilmente legati alla centralità del pilota sulla tecnica (vero fino a un certo punto, diciamo fino al 1992; ndr), a figure che non a caso meritavano l’appellativo di Cavalieri del rischio. Impensabile credere di poter mantenere quel tipo di corse in eterno, la tragedia di Imola ha svegliato lo sport dell’automobile, rendendolo non solo più maturo e straordinariamente più sicuro, ma assicurando anche una funzione che non fosse lo spettacolo in pista fine a se stesso.

    Fabiano Polimeni