GP Australia F1 2015, il processo alla gara

Il processo al Gran premio d'Australia 2015 per analizzare i temi emersi a Melbourne. Tre casi, due linee: accusa e difesa. Commenta e dì la tua dopo la gara inaugurale del mondiale di F1.

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    E’ tempo di processo alla gara, dopo il primo gran premio dell’anno, quello d’Australia che ha inaugurato il mondiale. Un inverno di test aveva lasciato tanti interrogativi in cerca di risposte e Melbourne ha fornito le prime, parziali, indicazioni. La Malesia è dietro l’angolo, e potrebbe ribaltare nuovamente le carte in tavola scoperte all’Albert Park. Quali? Tre temi anzitutto: la crisi nera della Red Bull, la “rinascita” Ferrari e il dramma sportivo McLaren-Honda. Balzano prepotentemente all’attenzione delle cronache e nel consueto format del Processo proviamo ad esaminarle osservando da due diversi punti di vista. Perché non c’è la Mercedes tra i temi post-Gran premio d’Australia? Perché da qualunque prospettiva la si guardi, restano serenamente i primi della classe, seppur con divari differenti sul gruppo rispetto al 2014.

    Caso Red Bull

    Il week end di Melbourne restituisce una Red Bull che a stento può considerarsi quarta forza di quest’avvio stagionale. Ricciardo fa quel che può, ma è emblematico come debba stare dietro Nasr per tutta la gara, senza alcuna chance. Horner e il team accusano senza mezzi termini la Renault di essere 100 cavalli indietro rispetto alla Mercedes e di mancare sul fronte guidabilità, arrivando a invocare l’intervento della Federazione per livellare le prestazioni e consentire ai francesi di intervenire sulla power unit.

    ACCUSA - Renault Sport ha lavorato male durante l’inverno, i risultati di Ferrari e soprattutto Sauber sono lì a confermarlo. Red Bull non ha brillato sul versante telaistico, perché non si spiega altrimenti come faccia la Toro Rosso a essere così competitiva a parità di motore. Invocare un intervento extra per consentire di adeguare la power unit è totalmente contro ogni principio di sportività, perché si penalizzerebbe chi ha lavorato meglio.

    DIFESA - In Renault hanno ancora 12 gettoni per sviluppare la power unit, più di chiunque altro. La Red Bull vuole scaricare unicamente sul motorista le responsabilità della debacle australiana, senza guardare alle pecche della monoposto, mai apparsa veloce.

    Caso Ferrari

    Una rondine non fa primavera, ma senz’altro indica la strada (aggiungiamo noi). La Ferrari vista a Melbourne è piaciuta. D’accordo, il divario in qualifica è imbarazzante, ma è un male comune alla Williams, sulla quale a Maranello sembrano aver colmato il gap. Pensare che potessero esserci stravolgimenti drastici in un solo inverno, andando a cucire il distacco sulla Mercedes è qualcosa che solo un folle poteva immaginare. La SF15-T è apparsa veloce in gara, rimediando da Hamilton molto meno del secondo e mezzo visto in qualifica. A Sepang si avrà la misura esatta dei progressi, su un circuito molto più esigente sotto tanti aspetti.

    ACCUSA - L’Albert Park è una pista anomala, che non mette alla frusta tutte le aree del progetto, quindi salutare la rinascita Ferrari è azzardato. Il due pit-stop di Raikkonen, poi, dimostrano che si deve mantenere l’attenzione altissima anche sui particolari, come il dado di chiusura della ruota, accusato principale negli errori alla prima e seconda sosta.

    DIFESA - La linea di condotta portata da Arrivabene piace, è quella giusta. Contenti sì, ma ancora non come dovrebbe la Ferrari. In gara Raikkonen ha girato fortissimo prima della seconda sosta, Vettel ha controllato agevolmente la Williams e il motore è inconfutabile sia migliorato parecchio. La Sauber ne è la conferma indiretta. Anche le dichiarazioni di Raikkonen segnalano che l’aria è diversa, la macchina pure: nella sfortuna del ritiro ha ammesso che le prestazioni erano buone.

    Caso McLaren-Honda

    Magnussen che non riesce a fare nemmeno i giri di schieramento prima del via, Button doppiato a due giri. Questa è la McLaren-Honda oggi. C’è una montagna da scalare e i 9 gettoni riconosciuti al motorista giapponese appaiono un’inezia di fronte ai problemi di affidabilità palesati. E quando si passerà alla ricerca della prestazione è tutt’altro che scontato sia lì a portata di acceleratore. Forse la permanenza a casa di Alonso non è stata poi così negativa per Nando, si è evitato un’umiliazione ben peggiore delle difficoltà Ferrari degli ultimi anni.

    ACCUSA - Il ritorno del binomio McLaren-Honda è stato caricato di aspettative, giocando pesantemente con la storia e le vittorie degli anni Ottanta. Ma confrontare quella F1 con quella odierna è come mettere a confronto mondi che non hanno nulla da spartire. Hanno peccato di presunzione entrambe le parti, minimizzando i problemi di Abu Dhabi e assicurando di essere pronti quando sarebbe contato. Non dimentichiamo le ultime apparizioni Honda in Formula 1, tutt’altro che brillanti se si guarda all’impegno come motorista e costruttore. Oggi non si tratta solo di fare un motore classico, per quanto turbo. Servono conoscenze specifiche sull’integrazione di sistemi e la convivenza con la componente elettrica. I guai Renault dovrebbero essere un esempio più che mai calzante per comprendere cosa aspetta Honda.

    DIFESA – Il progetto è in una fase embrionale, servirà del tempo per raggiungere i migliori, ma i giapponesi hanno le carte per riuscire a sviluppare la power unit. I primi gran premi sono da considerare come sessioni di test aggiuntive e la gara completata da Button darà senz’altro indicazioni utili per agire sull’Ers e la convivenza con il V6 turbo. I tempi distanti un abisso da tutti gli altri sono un dettaglio marginale in questa fase.