GP USA F1 2013, Austin – anteprima: strategie, mercato e il rischio monologo

Il ritorno della F1 negli Usa 12 mesi fa fu un successo

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    AP/LaPresse

    Austin, Texas. Fino a 12 mesi fa celebre per essere la città di Lance Armstrong, mister imbroglio, è riuscita ad avvicinare il pubblico a stelle e strisce alla Formula 1. Più di quanto non avesse saputo fare Indianapolis, grazie a un circuito tecnico, impegnativo e alla provvidenziale lotta a due per il titolo iridato 2012. Le tensioni della prima edizione sono lontane, come la necessità di inventarsi “strategie” per partire dal lato pulito della pista. Austin, il Gran premio degli Usa 2013, varranno esclusivamente per assegnare la vittoria di tappa, in un ideale Giro già concluso da tempo. C’è Alonso acciaccato, non c’è proprio Raikkonen, potrebbe esserci Valsecchi, molto più probabilmente Hulkenberg o Kovalainen. Le voci, i suggerimenti, le liaison con quel sedile lasciato libero rappresentano – insieme alle voci di mercato – l’unico elemento di pathos nell’avvicinamento alla gara texana.

    Da ultimo è arrivato Mika Salo a dare consigli a Boullier, sponsorizzando lo stagionato Kovalainen. Poi c’è il nuovo investitore che vorrebbe Hulkenberg, ma in tutto ciò ci si dimentica di Davide.

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    A raccontarla tutta, chiunque dei tre salterà dentro l’abitacolo non potrà fare nessun exploit, tanto vale quindi riconoscere il talento dell’italiano, già in seno al team, e consegnargli il giusto regalo.

    Ad attendere il compagno pro-tempore di Romain Grosjean ci sarà un tracciato esigente, veloce, con la caratteristica prima curva in salita, cieca, dalla quale lanciarsi in picchiata per affrontare cinque curvoni che esaltano le monoposto con tanto carico aerodinamico. E’ un pennellare di traiettorie, uniche, che richiedono un anteriore preciso e retrotreno sicuro.

    Spezzano il ritmo le curve 7-8 e 9, prima di un allungo che porta al tornantino. Trazione richiesta in gran quantità perché davanti c’è il rettilineo sul quale poter attivare il Drs e attaccare, ma se manchi di grip in uscita dalla curva 11 potrebbe arrivare tardi la scia buona per attaccare. La staccata alla 12 è netta, di quelle in cui ti aggrappi ai freni e cerchi l’inserimento giusto, prima di rilanciarti verso la doppia destra 13-14, da interpretare come una sola curva. E il tratto misto “lento” di Austin, completato dal tornantone 15. L’agilità della monoposto in questo complex paga e subito dopo c’è un’altra Tilke-corner: l’ha sfoggiata la prima volta a Istanbul ed è piaciuta, ci ha preso gusto e se l’è portata dietro per Noida e Austin: lunghissima sinistra buona per sollecitare l’anteriore sinistra in appoggio, completando il tutto con una staccata imporatante. Siamo alla curva 19, una 90 gradi a sinistra copiata dalla curva 20, sembra di essere a Laguna Seca: davanti, ancora il rettilineo in salita.

    Questo è l’hot-lap per staccare la pole, ma in gara sarà un giocare con le strategie, perché se nel 2012 bastò una singola sosta, domenica ne serviranno due. Asfalto più stabile, liscio ma meno rispetto a 12 mesi fa e gomme che sono più morbide nelle mescole pur replicando la scelta di dure e medie vista quando in palio c’era il titolo tra Alonso e Vettel e a spuntarla fu Hamilton.

    C’è poi il punto interrogativo delle temperature ambientali, con il rigido mattino che dovrebbe cedere il posto a valori più miti e caldi per qualifiche e gara.

    Il timore? Solo Hamilton arrivò davanti a Vettel mentre tutti gli altri presero distacchi da misurare con la clessidra. L’ennesimo monologo è dietro l’angolo, peccato. Di certo il pubblico americano non capirebbe, che ne sanno loro, abituati a gare che si decidono all’ultimo giro!

    @fabianopolimeni

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