I giorni in cui morì il Motociclismo: 4 Aprile 1971, la Tragedia di Bergamonti

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    I giorni in cui morì il Motociclismo: 4 Aprile 1971, la Tragedia di Bergamonti

    Nella bellissima e struggente “American Pie“, pezzo votato come il più significativo 45 giri degli anni 70 (e di cui Madonna ha recentemente realizzato una orrenda cover), Don McLean canta del Giorno in cui morì la Musica, the Day the Music Died.

    Si riferiva, per chi non lo sapesse, al fatale giorno del 1959 (3 Febbraio) in cui un incidente aereo uccise molti musicisti che viaggiavano assieme in tour tra cui, fra gli altri, il giovane Buddy Holly – vero padre del rock’n'roll americano – ,The Big Bopper e Ritchie Valens (quello di La Bamba).

    Analogamente, nella storia del Motociclismo sportivo, pur costellato di tante amarissime tragedie, secondo me DUE sono i giorni più tragici, quelli dopo i quali tutto cambiò e niente fu come prima, che fecero versare fiumi di lacrime ma dettero anche una svolta decisiva e salutare verso una nuova consapevolezza dei tremendi rischi che si correvano nelle gare motociclistiche, e quindi in direzione di una maggiore sicurezza sulle piste.

    I Giorni in cui morì il Motociclismo.

    Quello romantico, bohemien, old fashioned del Continental Circus degli anni 60 e primi 70, quel magico mondo che io avevo conosciuto da bambino. Di questi due tristissimi giorni, uno, il primo, fu significativo più per l’Italia, il secondo per il mondo intero, ma le tragedie che videro ebbero entrambe per teatro il nostro Paese.

    Queste due infauste date sono il 4 Aprile 1971 ed il 20 Maggio 1973.

    C’era una volta la mitica Mototemporada Romagnola, serie di corse disputate all’inizio della stagione e valide per il campionato Italiano Seniores, disputate sui circuiti stradali della Riviera Adriatica, a Milano Marittima, Cesenatico, Rimini, Riccione. Vere feste popolari e sportive, queste corse nella Terra Dei Motori per eccellenza attiravano i migliori piloti nostrani, che ci correvano per il Campionato Italiano, ed anche i migliori stranieri, che venivano per prepararsi al Mondiale, attirati non solo dai lauti premi partenza (dati rigorosamente sottobanco) ma anche dall’ambiente festoso, l’ospitalità ed il buon cibo romagnoli.

    Lungo le nostre strade trasformate in piste ho visto correre tutti i migliori piloti di quel tempo, “Ago” e “Paso” primi tra tutti – i due eterni duellanti di una epica sfida infinita – assieme a Provini, Pagani, Spaggiari, Parlotti, Grassetti, Francesco e Walter Villa, Santarelli, Perrone, Patrignani e tantissimi altri Campioni nostrani

    Erano corse incredibili, per il colpo d’occhio, per l’urlo acuto dei motori, per l’eccitazione della gente, per l’indimenticabile, penetrante odore di olio di ricino che si respirava, per come i corridori nelle loro tute di pelle nera passavano velocissimi sfiorando cordoli, pali della luce, alberi e non ultimi gli spettatori stessi (in certi punti bastava, letteralmente, allungare appena una mano per poter toccare i piloti!!) compiendo miracoli di equilibrismo volando su asfalti insidiosi e sdrucciolevoli già da asciutti, costellati di tombini ed aghi di pino.

    Erano, tuttavia, anche corse per forza di cose piuttosto lente, dalla bassa velocità media, con rettilinei brevi e curve secche, spesso a gomito, imposte dai tracciati cittadini, dove i “dritti” erano frequentissimi, le scivolate e le cadute pure, ma dove nessuno, a memoria d’uomo, era mai morto cadendo in corsa.

    Tutto questo scomparve il 4 Aprile 1971, a Riccione, sotto un cielo plumbeo ed una pioggia torrenziale, che non mi aveva affatto scoraggiato, pur neanche undicenne, dall’essere personalmente presente alla corsa. Quel giorno vidi cadere Angelo Bergamonti in pieno rettilineo, vittima di un fatale aquaplaning mentre tentava di raggiungere il suo compagno di squadra Agostini che guidava la corsa delle 350, ed insieme vidi crollare un mondo intero, quello – oggi ormai mitico – delle corse su strada in Italia: letteralmente, la fine di un era, e di una grande epopea.

    Si: epopea vuol dire gesta di eroi, ed appunto di eroi stiamo parlando.

    Angelo Bergamonti era uno di questi. Arrivato in MV nel 1970 a 31 anni suonati come seconda guida di Agostini, dopo aver fatto miracoli pilotando Morini, Paton, Aermacchi ed altri mezzi molto meno competitivi, con i quali conquistò due Titoli Italiani nel 67 (in 250 con la Morini monocilindrica bialbero già di Agostini, ed in 500 con la bicilindrica Paton), era finalmente in sella alla moto n.1, la mitica MV Agusta, allora imbattibile in 350 e 500 con le Tre Cilindri, dopo il ritiro della Honda avvenuto alla fine del 67.

    Credeva che il 71 sarebbe stato il suo grande anno, sentiva di poter prendere il posto di Ago.

    Era caratterialmente molto diverso da Alberto Pagani (figlio del grande Nello), che gli succedette in MV, veloce ed elegante pilota (e così ammiratore di Hailwood da adottarne pari pari la grafia del casco, ma con i colori invertiti, perchè Mike non potesse protestare!) ma fidato gregario di Agostini, ruolo che mantenne fino alla fine del 1972, anno del suo ritiro, e dell’arrivo in MV di Phil Read.

    La Squadra Corse MV Agusta era famosissima per i ferrei ordini di scuderia che la governavano, spesso provenienti dal dispotico e geniale Conte Domenico Agusta in persona (peraltro scomparso all’inizio del 71 stesso), ed anche Bergamonti aveva probabilmente dovuto talvolta assoggettarsi, suo malgrado, alla rigida disciplina di Cascina Costa.

    Forse, il “Berga” pensava che in assenza di questi ordini avrebbe potuto dimostrare al mondo di essere anche più veloce del Campionissimo, già detentore a quella data di ben otto Titoli Mondiali. Aveva iniziato brillantemente la stagione, vincendo e precedendo Agostini in 350 a Modena ed in 500 a Rimini (quindi i due erano in parità, due vittorie a testa), e forse a Riccione cercava la definitiva consacrazione, il successo che lo avrebbe reso agli occhi del pubblico il migliore pilota italiano del momento.

    Quel giorno, la foga forsennata di Angelo di voler dimostrare a tutti, certo ai suoi rumorosi tifosi, ai giornalisti che cinicamente avevano montato ad arte la rivalità tra i due, ma prima ancora a se stesso, di valere quanto e più del Grande Ago, giocò un bruttissimo tiro non solo a lui, ma anche a tutto il Motociclismo sportivo in Italia, che da allora avrebbe dovuto fare a meno delle corse su strada, almeno quelle in grande stile (rimasero su strada, dopo quella data, praticamente solo le corse in salita).

    Tutti capirono subito che quell’episodio segnava la fine di un’era, almeno qui da noi.

    Agostini ci rimase male, anche perchè, insofferente a quella rivalità interna, proprio quel giorno a Riccione aveva voluto far capire ad Angelo, una volta per tutte, chi fosse il numero Uno della squadra, non per titoli vinti ma per classe pura, involandosi subito in testa – Ago, il Mago della Pioggia per eccellenza, in quella tempesta era nel suo elemento! – nella gara delle 350 con un grande margine, che assurdamente Bergamonti volle recuperare a tutti i costi, troppo in fretta ed in condizioni (“era pericolosissimo, sembrava di andare sul ghiaccio”, ricorda Agostini) assolutamente proibitive.

    Io stesso ricordo che in certi tratti le moto parevano quasi dei motoscafi, sollevando vistosi spruzzi d’acqua! Eppure, nessuno tra gli organizzatori pensò che la corsa dovesse essere fermata, visto lo stato di estrema pericolosità del percorso.

    Recententemente, ho avuto occasione di parlare con un amico pilota, anch’egli presente in pista quel giorno a Riccione, e che desidera rimanere anonimo. A suo giudizio, la caduta di Angelo NON fu affatto dovuta ad un aquaplaning, bensì ad un repentino bloccaggio del freno anteriore, causato dalla rottura di una banale molla! Secondo questa alternativa ricostruzione - peraltro tutta da verificare – dell’autentico motivo della caduta del pilota Gussolese, sembra che la MV abbia poi tentato di negare e nascondere in tutti i modi la vera causa dell’incidente, non volendo sentirsi addossare la colpa della tragedia. Non avendo altre conferme in tal senso, riporto comunque doverosamente questa nuova versione dei fatti, ovviamente con beneficio di inventario.

    Il Campione di Gussola (Cremona) scivolò per un tratto infinito sulla strada bagnata e battè violentemente la testa sul cordolo del marciapiede (una cosa che suona semplicemente assurda, detta adesso!). Morì qualche ora dopo per frattura della base cranica, mentre si tentava, a Bologna, un disperato intervento chirurgico. La gara della 500, che doveva seguire quella della 350, NON si disputò.

    Con Angelo Bergamonti, l’Italia perse un grandissimo pilota ed un ragazzo generoso e tenace (io, da bambino, ebbi l’occasione di scambiare spesso qualche parola con lui, essendo egli grande amico di mio zio – nella seconda parte degli anni 60 i due correvano nelle stesse classi, 250, 350 e 500, e spesso con le stesse moto, le agili Aermacchi monocilindriche – e posso dire per conoscenza diretta come Angelo fosse non solo terribilmente bravo, ma anche simpatico ed alla mano: se chiudo gli occhi posso risentire ancora la sua caratteristica voce, simpatica, familiare e dall’evidente accento lombardo……), che forse aveva osato troppo quel dannato giorno a Riccione, ed insieme a lui un mondo di corse, immagini ed emozioni irripetibili, oggi divenute leggenda, sulle sue strade: la mitica Mototemporada Romagnola.

    Ago rimase, ripeto, molto scosso dal quell’episodio, e quando, l’anno dopo al Tourist Trophy, la corsa su strada più antica, prestigiosa e pericolosa del mondo, nella fatata e tragica Isola di Man morì nella gara delle 125 cadendo alla Verandah il suo grande amico Gilberto Parlotti – allora irresistibilmente lanciato alla conquista del Titolo Mondiale con la invitta Morbidelli – la misura fu colma e Mino, ancor più di Hailwood – che pure ha il record del maggior numero di vittorie, 14 – il VERO RE del TT (Agostini detiene ancora oggi, con ben 10 vittorie su appena 16 partenze, il Record Assoluto del miglior rapporto percentuale tra vittorie e partecipazioni nella Storia del Tourist Trophy!), giurò a se stesso che quella sarebbe stata la sua ultima apparizione nell’Isola, dando vita a quel clamoroso processo di proteste e boicottaggi delle corse giudicate troppo pericolose, che mosse allora i primi passi ma che contribuì enormemente, di lì a qualche anno, a cambiare completamente le cose in materia di sicurezza nelle corse motociclistiche.

    Ago onorò Gilberto con i suoi ultimi due successi nell’Isola, dedicati appunto all’amico, facendo ancora una volta la doppietta in 350 ed in 500 (pur partecipando controvoglia: Mino ancor oggi assicura che prese il via solo perchè la MV glielo impose), ma mantenne la parola, e dopo quella tragica edizione 1972 non tornò MAI più a gareggiare al TT.

    Un anno dopo, nel 1973, un altro passo, dolorosissimo, ma ancor più decisivo in quella direzione fu il Secondo dei Giorni in cui morì il Motociclismo.

    DONOVAN

    Foto: Google.it