Incidente Bianchi, si torna a invocare l’abitacolo chiuso: è la soluzione?

Dopo l'incidente di Jules Bianchi, si torna a parlare di monoposto di Formula 1 con l'abitacolo chiuso

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    L’incidente di Jules Bianchi a Suzuka avrà, almeno, un lato “utile”, nonostante il dramma della vicenda. Come spesso accade quando si verificano eventi tragici, si prenderanno provvedimenti perché quanto avvenuto in Giappone non si ripeta. Tra le idee più balzane che recentemente popolano il web – e tornate alla ribalta dopo il volo di Grosjean sulla Ferrari di Alonso a Spa nel 2012 – , anche i rendering di quanti auspicano un abitacolo chiuso, teoricamente in grado di proteggere la testa del pilota. E’ davvero così? Nutriamo parecchi dubbi. Anzitutto, un cupolino è già stato testato più volte dalla Fia, utile per evitare l’impatto di oggetti “volanti” contro il casco: pensiamo a Felipe Massa, se ci fosse stato un cupolino, probabilmente in Ungheria non si sarebbe fatto nulla.

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    Diversa è la vicenda Bianchi. Chi ha visionato le immagini dell’incidente avrà notato almeno un paio di elementi chiave nella dinamica del crash. Anzitutto, torna chiara l’utilità delle vie di fuga in asfalto e non con la ghiaia. La Marussia si infila sotto il trattore senza aver perso velocità nella via di fuga in sabbia, cosa che probabilmente non sarebbe avvenuta sull’asfalto. Primo punto.

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    Il secondo che vorremmo mettere in risalto, per sostenere l’inutilità di un cupolino o un abitacolo chiuso da implementare sulle attuali monoposto, riguarda la capacità di assorbimento di forze che – pur non conoscendo i valori assoluti sviluppati nell’incidente – saranno ampiamente oltre i 20G. Il rollbar è stato totalmente divelto, in fondo non è pensato per affrontare e resistere a un urto laterale, bensì verticale. Le strutture di protezione ai lati della monoposto, di fatto, sono state inutili per l’infilarsi della macchina sotto il trattore. Come dovrebbe essere realizzata una struttura di abitacolo chiuso perché sia efficiente? Non basta certo un cupolino, non avrebbe la possibilità di resistere a un impatto di quelle proporzioni, se non con una struttura che volgarmente chiamiamo a mo’ di roll-bar, una gabbia il stile dragster. Resterebbe il problema dell’energia dissipata nell’incidente: avverrebbe adeguatamente, evitando i danni e il trauma cranico esteso? Punto di domanda.

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    A nostro avviso, una soluzione molto più efficiente, semplice ed effettiva, per impatti come quello del povero Bianchi a Suzuka, quindi contro un mezzo dall’altezza decisamente superiore a un monoposto, sta nell’adozione di uno standard che imponga paratie uniformi su tutti i lati, come un muro, evitando ogni possibilità di finire sotto. Sulle strade che percorriamo tutti i giorni, i tir adottano una barra posteriore che svolge lo stesso ruolo, non sarebbe impossibile pensare a delle paratie sui trattori, ammesso che debbano continuare a usarsi nelle operazioni di recupero. A quel punto, la cellula di sopravvivenza e le strutture di assorbimento delle monoposto sono assolutamente in grado di attutire l’urto: ricordate il terrificante botto di Kubica in Canada contro un muro privo di protezioni? Robert se la cavò senza di fatto un graffio, usando un eufemismo.

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    Parlare di cockpit chiusi è discussione da bar, buona per sbandierare soluzioni senza considerare pro e contro. Da ultimo, ricordiamo che un abitacolo completamente chiuso esporrebbe al problema della fuoriuscita rapida del pilota dall’auto, oltre ai rischi dell’attivazione improvvisa dell’estintore. Insomma, tutt’altro che la panacea definitiva, almeno per il tipo di incidente occorso a Bianchi.

    Fabiano Polimeni