Incidenti più brutti della storia: tutti i piloti di Formula 1 che ci hanno lasciato

Quali sono gli incidenti più brutti della storia della Formula 1? La storia è drammatica, con il fuoco, l'imperizia dei commissari e la scarsa sicurezza alla base degli incidenti. Ripercorriamo la storia: da Von Trips a Bianchi.

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    Jules Bianchi è stato l’ultimo di una sfortunata serie di incidenti mortali. Il pilota di Formula 1, vittima di un tragico incidente a Suzuka 2014, si è spento dopo tanti mesi in coma. Il triste annuncio era stato dato dalla famiglia del 25enne ex pilota della Marussia. Bianchi è il 44° pilota scomparso della storia della F1, una statistica che tiene conto anche degli incidenti avvenuti nelle edizioni della 500 Miglia di Indianapolis valide per il Mondiale tra il 1950 ed il 1960. Negli ultimi vent’anni, incidenti in Formula 1 ce ne sono stati parecchi e anche gravi, ma i progressi compiuti sul piano della sicurezza delle monoposto hanno fortunatamente scongiurato tragedie, lasciando come ultimo drammatico ricordo, il week end del primo maggio a Imola.

    Quali sono stati gli incidenti più brutti della storia della F1? Il fuoco e l’imperizia dei commissari, al pari di misure di sicurezza mai adottate se non in seguito ai decessi di piloti, sono il comune denominatore degli incidenti che per quarant’anni hanno funestato la F1. Ripercorriamo la triste pagina dei crash fatali, e le assurde condizioni in cui si sono verificati.

    Von Trips a Monza

    E’ il 1961 quando Von Trips arriva a Monza in lizza per il mondiale, con 2 punti di vantaggio su Phil Hill, suo compagno di squadra in Ferrari. Ha 33 anni e la tragedia si consuma alla Parabolica, dove arriva con Jim Clark. Le due monoposto si toccano, Von Trips vola nella via di fuga, con le reti di recinzione a poca distanza e il pubblico assiepato dietro. La scena è drammatica, con la Ferrari che falcia 15 spettatori: un epilogo che si rivivrà anche a Le Mans.

    Bandini a Montecarlo

    Montecarlo nel 1967 prevedeva un gran premio da ben 100 giri. Lorenzo Bandini si trova a dover rimontare su Dennis Hulme e in gara procede bene, fino a quando non incontra al giro 61 i doppiati Rodriguez e Graham Hill: quest’ultimo gli farà perdere contatto da Hulme e Bandini si lancia nuovamente all’inseguimento. Purtroppo prende rischi eccessivi e affronta troppo velocemente la chicane dopo il tunnel. La monoposto tocca una bitta di ormeggio delle navi, decolla e si capovolge ricadendo sull’asfalto. Si scatenano le fiamme, alimentate dalle balle di fieno, rudimentale barriera della Formula 1 di quegli anni. I commissari lentamente ribaltano l’auto, dopo 3 minuti, convinti che Bandini fosse finito in acqua come accadde ad Ascari nel 1955, ma il povero Lorenzo è rimasto intrappolato nell’auto: morirà 70 ore dopo all’età di 32 anni.

    Schlesser, Rouen

    La Honda al Gran premio di Francia del 1968 porta la nuova monoposto, la RA302, caratterizzata da un telaio in magnesio, materiale altamente infiammabile. John Surtees, il figlio del vento – unico pilota a vincere un mondiale moto e uno in Formula 1 – si rifiuta di portarla in gara. Jo Schlesser accetta la proposta dei giapponesi, ma al terzo giro a Rouen ha un incidente, la monoposto prende fuoco e le fiamme sono alimentate proprio dal telaio in magnesio, oltre che dal fieno, ancora usato a bordo pista come barriera di “sicurezza”. Il francese muore all’età di 40 anni.

    Courage, Zandvoort

    Ancora il fuoco e l’inadeguatezza delle dotazioni di sicurezza dietro alla tragedia di Piers Courage, morto a 28 anni al volante della De Tomaso 505. Al 23mo giro va fuori pista, urta un terrapieno e si sviluppano un incendio di vaste proporzioni, anche in questo caso amplificato dalla struttura della monposto in magnesio. Le cause dell’incidente non furono chiarite del tutto, sembra che Courage morì ancor prima dell’incendio, colpito da una ruota. I commissari, successivamente, per spegnere l’incendio ricoprirono l’auto di terra.

    Cevert, Watkins Glen

    E’ giovane e bello, François Cevert. Corre per la Tyrrell, insieme a Jackie Stewart. Si arriva al gran premio degli Stati Uniti, in qualifica, e la lotta è per la pole. Cevert affronta le esse veloci del circuito ma la Tyrrell va dritta, sbatte contro le barriere a lama, si ribalta, attraversa la pista e colpisce le barriere sul lato opposto. Muore sul colpo il francese, tanto che i commissari non lo estrarranno nemmeno dall’auto, provvedendo prima a disincagliare il corpo, intrappolato tra le lame. Sul posto i primi ad arrivare sono Jody Sheckter e Carlos Pace, che non potranno fare altro che constatare la morte, sopraggiunta anche per una ruota che sfondò il casco. Sul perché ebbe l’incidente, si susseguirono diverse ipotesi, dal malore fino al rischio – come dirà Jackie Stewart – di affrontare le curve in terza e una monoposto nervosa, anziché in quarta, con più margine per recuperare un errore. E’ il 1973, Cevert se ne va a 29 anni appena.

    Tom Pryce, Kyalami

    E’ probabilmente la scena più orrenda di tutte, quella che si palesa nell’incidente mortale di Tom Pryce in Sud Africa nel 1977. Corre per la Shadow il gallese, è la terza gara dell’anno e al 21mo giro il suo compagno di team si ferma sul rettilineo di partenza con l’auto che sviluppa un incendio. I commissari di pista attraversano il rettilineo con gli estintori per spegnere l’incendio, ma sono incauti, perché lo fanno dopo lo scollinamento e all’epoca non esisteva safety car, quindi la gara era in pieno svolgimento.

    Sopraggiungono le monoposto di Lafitte, Stuck e Price: il giovane 19enne Van Vuuren viene preso in pieno dalla macchina di Price, sul filo dei 270 orari. Sembra un film dell’orrore, il povero commissario viene dilaniato e il riconoscimento sarà per esclusione. Pryce viene colpito dall’estintore che portava con se Van Vuuren e muore sul colpo a 28 anni.

    Peterson, Monza

    E’ il via del Gran premio d’Italia del 1978, alla partenza – con una procedura errata, il semaforo che si spegne mentre le ultime file non sono ancora ferme – Peterson va a sbattere contro il muretto della pista Junior, in una carambola innescata da James Hunt. Vengono coinvolti anche Patrese, Brambilla, Regazzoni, ma è la monoposto di Peterson a prender fuoco. I soccorsi sono lenti e Sid Watkins, medico della Formula 1, viene intralciato anche dai Carabinieri, sarà Hunt a liberare Peterson, che riporterà numerose fratture alle gambe. Trasportato all’ospedale Niguarda, verrà operato ma morirà per un’embolia lipidica il giorno dopo. Anche i medici finirono sotto accusa per non aver saputo gestire la situazione. Lo svedese aveva 34 anni.

    Villeneuve, Zolder

    La tragedia di Gilles nasce al Gran premio di San Marino, con lo sgarbo subito da Pironi. Il gran premio successivo è a Zolder, in Belgio e durante le qualifiche, nel giro di rientro, Villeneuve spinge comunque. Si trova davanti la monoposto di Jochen Mass e per un’incomprensione, la Ferrari di Villeneuve decolla, il sedile si stacca dalla struttura di sicurezza e Gilles, l’Aviatore, vola agganciato al sedile. Impatta nella via di fuga subendo immediatamente traumi gravissimi e irreparabili. Verrà trasportato in ospedale con attività cardiaca ancora presente, ma i danni a livello cervicale erano tali che la moglie Johanne farà spegnere le macchine che tenevano in vita il marito la sera stessa. Muore a 32 anni uno dei piloti più amati in assoluto nella storia della F1.

    De Angelis, Paul Ricard

    Incidenti drammatici anche nei test privati, come quello che nel 1986 portò via Elio De Angelis, al volante della Lotus. A Le Castellet si stacca l’ala posteriore, la macchina perde carico, sbanda si capotta e sbatte contro le barriere, incendiandosi inevitabilmente. Per i test privati, allora, non si richiedevano le stesse misure di sicurezza dei gran premi, così saranno Alan Jones, Mansell, Prost a fermarsi e prestare soccorso, visto che i commissari in pista erano privi anche delle tute ignifughe. Riusciranno a estrarre il romano, che restò ben 7 minuti all’interno della macchina: morirà per asfissia, a Marsiglia, il giorno dopo: riportò anche fratture alla testa e il distacco della colonna vertebrale, ma sarà la lentezza nei soccorsi a costargli la vita. L’elicottero arrivò solo dopo mezz’ora.

    Ratzenberger e Senna, Imola

    Roland Ratzenberger prova a qualificarsi al sabato del Gran premio di San Marino, con la Simtek. L’austriaco prende rischi enormi, come ammette lui stesso ai box, prima di lanciarsi nel giro veloce. La poco competitiva Simtek perde l’ala anteriore dopo il Tamburello, Roland non se ne accorge e va a sbattere contro il muro della curva Villeneuve. Rimbalza in pista fino alla Tosa, con la cellula dell’abitacolo divelta e il casco insanguinato: verrà rianimato in pista, morirà all’ospedale di Bologna poco dopo. Aveva 34 anni. Il giorno dopo toccherà ad Ayrton Senna, ultimo pilota morto in pista fino a oggi. L’impatto di Ayrton è figlio della rottura del piantone dello sterzo, con la Williams che impatta a muro e un braccetto della sospensione trafigge il casco, uccidendo Ayrton. Da allora, la Formula 1 ha innalzato drammaticamente gli standard di sicurezza sulle monoposto, pur restando ancora tanto da fare per adeguare e coordinare il lavoro dei commissari sui vari circuiti.