Intervista a Valentino Rossi, tra presente e futuro… un Panorama indimenticabile

Valentino Rossi si confessa su Panorama First: ecco l'intervista

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    Già ieri abbiamo anticipato dell’ intervista di Panorama First a Valentino Rossi.

    Ecco, adesso, svelate le sue parole alla luce di tutto ciò ce è successo in questi lunghi anni di immense vittorie e di qualche bruciante sconfitta.

    Buona lettura.

    Un’ intervista – confessione a Valentino Rossi di Emanuele Farneti per Panorama First.

    Valentino Rossi è a bordo di Titilla, il suo Pershing 50 che prende il nome dal privè del Cocoricò di Rimini.

    • Valentino, hai detto che adesso ti occuperai delle tue cose da solo, con l’aiuto di genitori e amici, come una trattoria a gestione familiare. Si può fare davvero?

    È una battuta, ma il senso lo dà. Io muovo tanti interessi, soldi e persone, che ovviamente vanno gestiti da gente capace e seria. Ma non devo dimenticare il mio imprinting di ragazzo di Tavullia che non si è mai preso troppo sul serio, che ha fatto tutte le sue scelte per divertirsi. Questo un po’ si era perso, e non mi piaceva perché io non sono così. Quando ti danno dei consigli le persone che ti vogliono bene veramente, sono sempre i consigli giusti. E poi non credo sia troppo difficile essere il manager di me stesso.

    • In tempi in cui tutti parlano dei talenti che fuggono dall’Italia, tu non solo hai deciso di tornare, ma per farlo hai pagato 35 milioni di euro.

    Ho fatto una scelta molto controcorrente. Purtroppo l’Italia non attira più, lo sappiamo bene. Il prezzo da pagare per stare qui è molto alto. Però dopo tanti anni vissuti soprattutto all’estero avevo voglia, a 30 anni, di tornare a casa mia, dove sono cresciuto e dove ho le mie radici. Così sono rientrato, e ho pagato. Salato. Penso che sia il modo migliore per fare qualche altro anno al top.

    • Quanto ha inciso, nella scelta, l’amore per Tavullia, il posto in cui sei nato e in cui, hai raccontato, “si fa tesoro di alcuni valori importanti: l’amicizia, il rispetto, la solidarietà. Chi cambia la macchina paga da bere. E ci si saluta col clacson ogni volta che ci si incontra, in auto, in moto, in scooter”?

    Stare a Tavullia è bellissimo. Anche qui la vita sta un po’ cambiando, purtroppo, perché stanno costruendo tante case e adesso capita, passando per il paese, di incrociare qualcuno che non conosci, cosa che dieci anni fa non succedeva mai. Ruotavamo tutti attorno a un fulcro molto forte, si stava al bar dello sport, si faceva la spaghettata assieme a casa di qualche amico. Adesso è un po’ meno paesino, però il gruppo c’è sempre.

    • Hai un’età in cui gli amici mettono su famiglia. La tua vita on the road ti fa sentire un po’ solo, ogni tanto?

    Fortunatamente no, perché i miei amici sono tutti cazzoni come me, nessuno ha messo su famiglia. Diciamo che ci siamo presi altri tre o quattro anni di tempo per stare assieme. Con i miei migliori amici ho lo stesso rapporto di quando avevamo quindici anni. In giro ho conosciuto tante altre persone con cui sto bene, ma il rapporto resta diverso: gli amici che ti fai a 15 anni non te li fai più. È un po’ come essere cresciuti nello stesso branco: ci sono segnali, linguaggi che capiamo solo noi.

    • Ti piace vivere on the road?

    Ci vivo da sempre, faccio il mondiale da dodici anni e anche prima sono sempre stato in giro per le corse. Non passi mai più di dieci giorni consecutivi nello stesso posto, oggi sei in Europa, domani cambi continente, poi d’inverno vai al caldo a fare i test. È una vita stressante, ma non farei cambio.

    • Quali sono i viaggi del tuo cuore?

    Mi piace moltissimo la Spagna, amo passare del tempo a Barcellona, Madrid, a casa mia a Ibiza. Purtroppo lì sono famoso perché il motociclismo è importante, quindi ogni tanto è un po’ faticoso. Un altro posto fantastico è l’Australia. Anche se è dall’altra parte del mondo e loro sono così diversi da noi, lo stile e il tenore di vita è simile.

    • Come siamo noi italiani visti da lontano?

    Abbiamo tantissimi pregi e qualche difetto. Agli italiani piace sapere tutto. Farsi i cazzi degli altri è un passatempo nazionale. Tanta gente mi tratta come se mi conoscesse da sempre. È impegnativo, comporta rinunce, ma ovviamente il calore della gente resta fondamentale per chi fa uno sport come il mio.

    • Hai votato?

    Ero in Portogallo per la gara e non ho potuto. Non ho mai votato, ma quest’anno, se fossi stato in Italia, lo avrei fatto, per la prima volta. Ma non dico per chi.

    • Lo sai che molta gente pensa che sia arrivato anche per te, come per tutti, il momento in cui scopri che c’è qualcuno più giovane e più veloce, pronto a prendere il tuo posto?

    Sicuramente i miei avversari quest’anno sono molto giovani e molto veloci. Di certo non posso avere più lo strapotere che ho avuto per qualche anno. Però penso che, se sto concentrato, e mi impegno, loro non sono più veloci di me. Non ancora. Naturalmente non sono più i tempi in cui posso vincere 10 gare l’anno. Però per il campionato posso esserci anch’io.

    • E il giorno in cui realizzassi che sono davvero più veloci di te?

    Io corro e ho sempre corso solo per vincere. Quindi, quando capirò che non ho più il potenziale per farlo, potrò scegliere di fare qualcos’altro. Ho vinto 7 mondiali e non ho bisogno di dimostrare niente a nessuno.

    • Quanti chilometri hai fatto in vita tua?

    In pista, contando anche i test, dovrebbero essere più o meno 15 mila chilometri all’anno per 15 anni.

    • 225 mila chilometri dopo, l’emozione prima di una partenza resta la stessa?

    Sempre, anche dopo tutti questi anni. Di solito, un’ora prima della gara, lo stomaco si comincia a chiudere, la tensione sale. Però tutto sparisce con il giro di ricognizione, quando concentrazione e adrenalina ti portano in un’altra dimensione. A quel punto non vedi l’ora di partire.

    • Tra qualche mese compi trent’anni. Scegliamo un’immagine simbolo per i decenni della tua vita? Da zero a dieci.

    La prima moto, piccola, rossa, da cross, con la scritta MRE sul fianco. Me l’ha regalata il mio babbo, quando ero molto piccolino.

    • Da dieci a venti.

    Le gare dopo scuola in motorino sulla Panoramica, la strada a picco sul mare da Pesaro a Gabicce. In quegli anni la passione per le moto mi ha preso un sacco di tempo.

    • È vero che in motorino tenevi dietro i tuoi amici in moto, o fa parte del mito?

    Con lo scooter ero piuttosto veloce.

    • I vent’anni, questi.

    È cambiato tanto: prima grande spensieratezza e focus solo su quello che succedeva in pista. Ora tanti impegni e tante responsabilità anche fuori. L’esordio con la Yamaha, in Sud Africa, è stata la mia gara più importante, fino ad adesso. Ma anche le recenti difficoltà mi hanno aiutato a capire bene, crescere, scegliere.

    • E i prossimi dieci? In sella, o all’inizio di una vita senza gare?

    Spero di fare qualche anno in moto, e poi vorrei dedicare qualche stagione all’altra mia passione, che sono le auto. Forse il rally, forse qualcos’altro. Ma non sono ancora pronto a smettere di correre.

    • Nel 2004 hai provato la Ferrari ed eri sul punto di passare in Formula 1. Poi hai scelto di restare nelle moto. Mai pentito?

    È stata una scelta difficile. Molto. Pentito non è la parola giusta, però ho un po’ di rimpianti perché mi resta la curiosità di sapere cosa avrei combinato. Ero andato forte nei test, e poi è sempre stato un mio sogno correre con la Ferrari. Ma in quel momento non ero pronto per il salto, e quindi sono rimasto in moto.

    • Quando hai provato la F1 hai raccontato che per te, pilota di moto, abituato alla libertà dell’aria aperta, essere chiuso in un abitacolo è stata una sensazione strana.

    Sono due emozioni totalmente diverse. Guidare la F1 è il piacere di guida estremo, non è più una macchina, è quasi un aeroplano, ti dà grandi motivazioni. Però per un motociclista è una sensazione un po’ strana perché infili le gambe in un buco nero. Infatti i piloti di F1 ci dicono: siete matti perché state fuori, mentre noi diciamo: siete matti voi che state lì dentro!.

    • E chi è più matto?

    Credo noi.

    • …digressione su Baricco…

    Sulla barca c’è solo una foto. Lo ritrae alla guida della sua Yamaha a Welkom, Sud Africa, il 18 aprile 2004. Era la prima gara dell’anno, e Valentino aveva appena lasciato la Honda, di gran lunga la migliore moto in circolazione, scegliendo di cercare altrove nuove motivazioni. E a quella prima gara, puntualmente, vinse. Poi vinse anche il Mondiale. Lo scrittore Alessandro Baricco gli dedicò con queste parole il suo libro Questa storia: “Io Valentino non l’ho mai incontrato e nemmeno ho capito bene che tipo sia. Però questa cosa di scendere dall’Honda e salire su una moto che non andava avanti è stata una delle belle cose di questi anni. Mi ha insegnato molto. Grazie dunque a Valentino, sfrontatezza, coraggio e talento: tutta la velocità che è raccontata in questo libro è per te!”. La didascalia della foto di Welkom, sulla barca, dice “First Blood”, che in inglese è il titolo del primo Rambo.

    “La dedica di Baricco è bellissima, e dopo aver letto il libro, diventa ancora più bella. In effetti in quel momento ho fatto vedere a tanta gente che la mia scelta di lasciare le certezze della Honda per guidare la Yamaha, e farla vincere, è una cosa che si può fare. O almeno provare. Anche nella vita di tutti i giorni. Spero di aver dato a qualcuno la spinta per buttarsi, per non darsi per vinti”.

    • Nel libro di Baricco c’è un circuito magico che racchiude nei suoi rettilinei, nei suoi tornanti brutali e nelle curve morbide, nei suoi alti e bassi, nei suoi cambi di velocità, tutta la vita del protagonista. Qual è il circuito della tua vita?

    È la strada dove ho imparato ad andare in moto e dove ho fatto le prime sfide, quella Panoramica dove è nato il mio gusto di guidare. Sono stato fortunato perché ho capito molto presto di avere un talento, e perché avevo un babbo che faceva quel mestiere e che mi ha saputo instradare. Quindi ho avuto presto chiara quale sarebbe stata la strada della mia vita. Credo che sia una bella fortuna.

    • Ci torni anche oggi, sulla Panoramica?

    Certo, e faccio bagarre con gli altri motociclisti. L’ultima volta che ci siamo fermati al semaforo, io ho aperto la visiera e l’altro mi ha guardato e mi ha detto: ah, Dio buono, ecco.

    • Che cos’è la filosofia del traverso?

    È uno stile di guida, e uno stile di vita. Il guru spirituale è Graziano: sostiene che riuscire a controllare una macchina o una moto mentre sta scivolando via è una cosa che ti dà grandi sensazioni, e che si può rapportare anche un po’ alla vita. Vuol dire essere capaci di rischiare parecchio, ma di avere il rischio sotto controllo.

    • Ti è riuscito?

    Non sempre, ma spesso.

    • Valentino, alla fine di questa stagione cambi moto?

    No. Se proprio devo, cambio sport.