Jorge Lorenzo, intervista: non piacevo a Valentino Rossi perché tifo Max Biaggi

Jorge Lorenzo a Che tempo che fa risponde alle domande di Fabio Fazio in un'intervista a 360 gradi che tocca diversi argomenti slegati dalla MotoGP

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    Altra intervista concessa da Jorge Lorenzo. A “Che Tempo Che Fa”, il maiorchino risponde a Fabio Fazio ad ogni tipo di domanda, dove il tema principale non è la MotoGP, anzi, si parla di quasi tutt’altro. Dagli esordi, alla prima moto costruita all’età di 3 anni (!) dal padre, al sentimento della paura, ben presente in tutti i motociclisti, al rapporto con Valentino Rossi. Sempre molto schietto e sincero Lorenzo, da sempre tifoso di Max Biaggi, cosa di cui non ne ha mai parlato con il Dottore in anni insieme nello stesso box. Di seguito il testo dell’intervista.

    Ciao Jorge, parli benissimo italiano. Come mai?

    Parlo più o meno bene l’italiano perché da quando avevo 15 anni ho cominciato in un team in teoria spagnolo, ma in realtà l’80% delle persone erano italiane, quindi ho incominciato a parlarlo lì.

    Ho letto una cosa strana: che hai preso la patente della moto solo l’anno scorso

    No, non l’avevo presa perché per andare in pista non serve. Andavo sempre in macchina e non ho mai avuto la necessità di andare in moto in strada, perché sfogavo già tutta l’adrenalina sul circuito.

    Adesso vai anche in strada?

    Non tanto, ma almeno ce l’ho e se mi viene di voglia di usarla posso farlo.

    La tua prima motocicletta te l’ha costruita tuo padre, è vero?

    Sì, a tre anni ho iniziato ad andare in moto, con una moto piccola. A due anni andavo in bicicletta e a tre anni mio padre, che a quel tempo era un meccanico, nel suo tempo libero con quattro pezzi di ferro, due gomme e un motore ha cominciato a costruirmi questa moto. Ce l’ho ancora.

    Per te tuo padre è stato determinante nello sport?

    Senza mio padre non sarei diventato un pilota di moto, non sarei entrato in questo mondo, perché è lui che mi ha dato questa passione per i motori.

    C’è mai stato un momento in cui hai detto “no, a me questo sport non piace papà”?

    No, non ho mai detto a mio padre che questo sport non mi piaceva. Ho avuto momenti molto duri, soprattutto per gli infortuni. Quando a 15 anni mi sono fatto male a Montmeló prima di cominciare il mio primo mondiale della 125; ho fatto una caduta all’ultimo turno del giorno e mi sono infortunato alla clavicola e al polso e ho perso conoscenza. Sono andato all’ospedale e mio padre è venuto a cercarmi. Parlando, dopo dieci minuti mi ha detto: “Dobbiamo lasciare questo sport perché non ti voglio vedere in queste condizioni”. Io in quel momento avevo molto dolore e ho iniziato a piangere e stringere i denti e ho risposto: “No, papà, dobbiamo continuare”.

    Hai parlato della prima gara, che fu il giorno successivo al tuo quindicesimo compleanno. Te lo ricordi come un giorno bello o difficile?

    Come un giorno molto speciale, perché sempre, nella vita, la prima volta è quella più importante e speciale. Mi sentivo molto debole, fragile, perché dovevo guidare con i ragazzi che, quando guardavo la televisione, erano miei idoli. Era arrivato il momento di competere con loro. Ho debuttato nella terza gara del Mondiale del 2002, perché alle prime due avevo ancora 14 anni, quindi sotto il limite minimo di età.

    Che rapporto hai con la moto, nel senso di fiducia nel mezzo meccanico? Quando vi vedo alla televisione, sembrate quasi un tutt’uno con la moto, un pezzo della macchina…c’è rapporto fisico?

    C’è qualche pilota che la vede così e parla anche con la moto, le dice: “Dai bella, oggi andiamo a vincere”. Penso che Valentino parli con la moto. Io la vedo in un modo più freddo, come un oggetto molto speciale perché è quello che ti dà la soddisfazione della vita, però, per me, non è animata come una persona, un animale.

    Tu sei arrivato alla Yamaha nel 2008, quando c’era Valentino che avevo vinto otto mondiali. Hai avuto il coraggio di dirgli che il tuo idolo era Max Biaggi?

    Valentino stava nel momento migliore della sua carriera. Non abbiamo mai parlato di questo, però lui lo sapeva. Forse è per questo che c’era un po’ più di tensione.

    Però le rivalità sono sempre esistite nello sport, è anche divertente.

    Sì, è divertente, diciamo che è un po’ la “salsa” dello sport. Adesso abbiamo una buona relazione, con quasi tutti. Cerco di comportarmi bene con tutti, perché non si sa mai cosa possa succedere nella vita. Qualche volta, però, non si riesce.

    Il tuo meccanico ha detto che hai imparato a controllarti, mentre all’inizio era insopportabile, perché volevi sempre vincere. È difficile la gestione di se stessi dopo una sconfitta?

    Penso che sia ancora un po’ insopportabile, magari solo il 5% del tempo. Quando sono arrabbiato, sono piuttosto irritante.

    Il rapporto con la paura invece? È una componente necessaria?

    È necessaria per sopravvivere. Tutti abbiamo paura, io ho paura di qualcosa nella vita. Penso che sia utile a sopravvivere: se non avessimo paura del fuoco, ci scotteremmo.

    Tenendo conto della paura, negli anni è cambiato il tuo modo di guidare?

    Sì: c’è stato un momento nel 2008 in cui sono caduto spesso, nella prima parte della stagione. In cinque gare ho fatto sette cadute, ma l’ultima volta sono caduto in modo brutto e ho colpito la testa, quindi ho perso conoscenza e memoria per due giorni. Lì ho pensato che dovevo darmi una calmata ed essere più cosciente del rischio, andarci più tranquillo.

    Quando vai così veloce, cosa vedi sulla moto? Vedi o vai a memoria?

    Vedi, però tutto succede molto velocemente. Quanto stai guardando la curva dopo, in un secondo sei già arrivato e devi guardare la seguente. Abbiamo la lavagnetta dove possiamo leggere il distacco dai nostri rivali, ma qualche volta passiamo talmente veloci che non la vediamo. Qualche volta, dopo le gare, faccio un giro con lo scooter per guardare anche il paesaggio.

    Quando stai correndo, la mente riesce a pensare ad altro o solo alla gara?

    Io sono sempre stato convinto che la cosa migliore sia non pensare molto quando sei sulla moto. È importante analizzare tutti gli errori e quello che hai sbagliato quando hai finito tutto. In sella è come quando balli con una ragazza, deve essere tutto più istintivo. Quando guidi la moto su strada, invece, devi pensare tanto, perché è facile sbagliare.

    Come fai a non distrarti, prima della gara, quando c’è miss ombrello?

    Guardando da un’altra parte. Cosa puoi fare?

    Ultima domanda Jorge: da che cosa si capisce se uno è un grande pilota?

    Dai risultati e dai tempi, mentre da piccolo si vede già dall’inizio quando uno va veramente forte, se ha una tecnica accurata, vedi nel ragazzo le qualità per migliorare ancora nel futuro.