MotoGP Memoria. Il Dottor Costa racconta Kato

Il Dottor Costa, che di motociclismo ma soprattutto di piloti se ne intende più di tutti, ci racconta qualcosa del grande pilota Kato, scomparso proprio in sella al suo bolide

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    daijiro kato

    Nella vita ci sono momenti che non si vorrebbe vivere.

    Se Vivere possa avere ancora senso in tali circostanze.

    Ci sono momenti in cui improvvisamente la passione si infrange contro un muro troppo resistente per essere abbattuto e troppo alto per essere scavalcato.

    Ci sono ore, minuti di trepidante attesa che possono cambiare il destino di ognuno. Ammettendo che il destino, se ci sia, si possa anche cambiare.

    Ci sono dei momenti di rabbia estrema che stonano irrimediabilmente con la gioia di qualche attimo prima, ci sono dei perchè a cui si fatica a trovare una risposta, equazioni che non tornano, lacrime che addirittura faticano pure a scendere.

    Un dolore incredulo, quasi impossibile nella sua tagliente realtà, brutta, forte, inconcepibile, ladra di emozioni positive e sorridente, forse, nel regalare assurdità, brutte assurdità. Sconvolgenti.

    Girando in rete, abbiamo trovato questa intervista al Dottor Costa. Data: 8 aprile 2003.

    Due giorni dopo l’ incidente di Daijiro.

    Nessuna parola da aggiungere. Quello che resta è dolore delle parole di chi è rimasto e del sorrido di chi è andato via.

    Il Dr Costa racconta Kato

    Credo che quando l’intelletto e la ragione sconfinano nel sentimento, nella follia, nasca per magia una creatura meravigliosa, l’anima, quello strumento prezioso che ci permette di vedere bella, buona e vera la realtà della vita e assolve ogni tragedia

    Il Dr Costa racconta Kato www.clinicamobile.com 8 aprile 2003

    L’aggiornamento dei contenuti delle News del nostro sito non ha una vita professionale autonoma ma nasce dalla passione e da un’inesauribile volontà di comunicare con chi ama il motociclismo. Il nostro sito non è un giornale, non ha scadenza, non ha impegni: nessuno ha potuto descrivere in tempo reale l’inferno di Suzuka. Abbiamo mestamente riferito che un incidente grave era capitato, che il pilota era stato trasportato in elicottero in ospedale e senza parole abbiamo scelto l’immagine del casco di Daijiro, non per cronaca ma come simbolo della grande protezione e dell’immensa salvaguardia che può esercitare questo strumento. Senza una protezione così valida, i motociclisti non avrebbero scampo in caso di incidente dove venga coinvolto il capo e il suo prezioso contenuto, il cervello.

    Le porte dell’ambulanza si spalancano sulla barella e il pilota giapponese Daijiro Kato appare, assistito dal punto di vista respiratorio da un medico giapponese mentre un collega sta eseguendo un massaggio cardiaco. Le mie mani si sostituiscono a quelle, stremate, del medico giapponese che si sente sollevato da questo improvviso, inaspettato aiuto.

    I polsi sono assenti, le mani affondano nel petto cercando di convincere un cuore fermo a riprendere il suo cammino. Più che un massaggio è una carezza sul volto esanime e senza vita del pilota. Dopo un tempo che pur sembrando eterno non dura in realtà che pochi minuti, il giovane cuore del pilota riprende il suo battito naturale che gli scandisce il tempo della sua terribile sofferenza. I dottori giapponesi, ben disposti insieme al rianimatore della Clinica Mobile Dr Aronne Reverzani, completano la rianimazione e sistemano tubi, cateteri, collare e materassino. Si scelgono 3 medici fra i più preparati all’esercizio professionale in volo per accompagnare in elicottero il pilota all’ospedale di Yokkaichi. Uno di questi medici è il rianimatore della Clinica Mobile.

    Il pilota, pur grave, arriva vivo in ospedale. Ora le parole diventano gelide perché esprimono una diagnosi fredda e asettica. Coma profondo, gravi lesioni cerebrali con vaste emorragie più diffuse verso la base e il tronco encefalico. Lussazione della 1° e 2° vertebra cervicale con frattura della 3° e conseguente terribile danno spinale. Numerose fratture alle spalle e agli arti superiori. Ad una cronaca così atroce e gelida bisogna accompagnare un sentimento, un qualcosa di non scientifico, qualcosa di squisitamente umano. La volontà irrazionale che ci promette che una speranza esiste anche se il pilota, in coma profondo, ha imboccato un tunnel pieno di luce.

    La speranza, il sentimento più buono dell’umanità, viene coltivato con le lacrime e con l’amore. E talvolta, lacrime e amore fanno crescere e rinvigorire la pianta. Stamani, Daijiro Kato, pur versando nelle condizioni terribili sopra descritte, è migliorato. E questo ci racconta che il pilota giapponese, pur avendo un corpo minuto, sprigiona una forza incredibile che gli permette di continuare a lottare contro l’impossibile. Credo che anche noi, come lui, dobbiamo sperare nell’impossibile, anche perché penso che questa sia l’unica via per renderlo possibile.

    La mattina della corsa, quando Daijiro Kato era già schierato sulla linea di partenza e Alex Barros ritardava il suo allineamento in quanto impegnato negli ultimi, frenetici preparativi per riuscire a salire sulla moto nonostante il ginocchio sinistro ferito nel warm-up, mi è sorto un pensiero, quasi un’ebbrezza inesprimibile. Che cos’è che spinge i piloti come Daijiro Kato e come Barros a scendere in pista a Suzuka? E chi è che spinge la fantasia di Melandri a desiderare di correre su quell’asfalto che solo due giorni prima gli aveva inflitto piaghe orrende?

    Credo di non saper rispondere in maniera ragionevole ma devo rivolgermi ad una volontà irrazionale. Credo che quando l’intelletto e la ragione sconfinano nel sentimento, nella follia nasce per magia una creatura meravigliosa, l’ANIMA, quello strumento prezioso che ci permette di vedere bella, buona e vera la realtà della vita e assolve ogni tragedia e la rende innocente.

    I piloti vanno in pista a giocare a scacchi con la morte, perché possiedono un’anima, come possiedono un’anima tutti i motociclisti che nei circuiti o per strada vanno in moto per cercare un mondo migliore, un mondo pieno di infinita libertà.

    Mick Doohan e Alex Zanardi hanno un’anima, con la quale hanno assolto gli orrori che la vita aveva loro inflitto. Il mondo ha barattato l’anima, l’ha definitivamente venduta in cambio di una maschera orrenda dipinta dai colori della guerra.

    Oggi Daijiro Kato è migliorato. Questo non vuol dire che vivrà ma la sua anima racconta e racconterà sempre a tutti che la tragedia è innocente e quindi…io provo tutte le pene per Kato e questo non mi permette di provare dolore per Suzuka.