Ricordo di un Campione: Kent Andersson

da , il

    Il 29 Agosto 2006 è prematuramente scomparso a soli 64 anni, per l’improvvisa rottura di un aneurisma aortico, un grande Campione del recente passato: lo svedese Kent Andersson.

    Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Kent.

    Da ragazzino lo avevo visto correre nei circuiti stradali italiani, negli ultimi anni della mitica Temporada romagnola, e poi in pista in tutta Europa. Allora mi colpirono la classe purissima, lo stile pulito, estremamente efficace, fluido ma anche vigoroso di questo biondo pilota scandinavo.

    Molti anni dopo, l’ho nuovamente incontrato in varie occasioni, e con immenso piacere, alle rievocazioni dei gloriosi circuiti del passato, su strada e su pista, in Italia e all’estero, l’ultima volta appena nel Maggio di quest’anno, al riuscitissimo Grand Prix Riviera di Rimini, dove si era esibito con le Yamaha dei suoi trionfi mondiali (fornite dalla stupenda collezione di Ferry Brouwer, ex meccanico di Read e Saarinen ed ora gran capo della Arai Europe, di cui Kent era collaboratore ed inseparabile amico) correndo nel glorioso tracciato cittadino assieme ad Ubbiali, Ago, Read, Lazzarini, Bianchi e tanti altri suoi colleghi ed avversari di allora.

    Poter condividere la pista con lui e tutti gli altri Campioni citati, a Rimini ed altrove, è stato per me un grandissimo onore, qualcosa di impossibile da dimenticare, un’autentica emozione. Mike Hailwood, Renzo Pasolini, Santiago Herrero e Jarno Saarinen, gli altri grandi avversari di Kent in 250, non potevano esserci, ma sono sicuro che le loro anime corressero nel vento assieme a noi.

    Kent, nato il 1 Agosto 1942 a Landvetter (presso Goteborg) e vincitore di due Titoli Mondiali consecutivi – 73 e 74 - con la Yamaha OW15 125 bicilindrica, era simpaticissimo, la modestia personificata, espansivo, sempre allegro, alla mano, disponibile e gentile con tutti. Parlava persino un buon italiano. Era anche un grande tecnico e meccanico, sua è l’idea, nel 76, di costruire assieme a Brouwer l’anomala e ibrida Yamaha 350 a tre cilindri (partendo dal carter e dai cilindri della bicilindrica TZ 250) che l’anno dopo frutta il Titolo Mondiale a Katayama. Appassionatissimo di tutto ciò che corresse su due ruote, seguiva con estremo interesse ogni competizione, anche le gare minori.

    Considero Kent il simbolo di quanto la perseveranza, la pura passione, la ferrea volontà, la serietà, l’ostinazione possano contare nel nostro Sport. Dimostrerà sempre questa grandissima determinazione, anche fuori dalle piste: sopravvive a stento, in gioventù, ad un terribile incidente automobilistico, da cui riesce con grinta a riprendersi completamente, a dispetto del pessimismo dei medici.

    Corridore privato e squattrinato, si fa le ossa correndo con moto improbabili, artigianali e pochissimo competitive: prima una Monark 250 (a cui toglierà poi il motore, sostituendolo con un Adler!), poi una Husqvarna 250 con motore monocilindrico a due tempi di derivazione crossistica, con cui esordisce in un Gp iridato nel 66 al temibile Montjuich di Barcellona, cogliendo un brillantissimo quinto posto (anche se doppiato dal vincitore Hailwood sulla favolosa Honda RC166 Sei Cilindri), inoltre una Bultaco 125, trabiccoli da cui riesce a cavar fuori autentici miracoli, tra cui il Titolo Nazionale 250 del 68, sempre con l’Husqvarna.

    Tuttavia, è alla Casa dei Tre Diapason che Andersson lega indissolubilmente i suoi destini di Gloria.

    La svolta della sua carriera avviene per caso. Scrive agli organizzatori del GP del Giappone del 1966, allora sul vecchio circuito del Fuji, formalmente per chiedere di esservi ammesso, ma in realtà solo perchè sperava di…….ricevere, con la risposta, dei francobolli giapponesi!

    La risposta, ironicamente, arriva via fax, ma con essa l’invito a correre all’importante Gp del Sol Levante, allora tradizionalmente l’ultimo della stagione iridata.

    Indebitandosi quasi per affrontare l’impegnativa trasferta, in quel di Fisco all’ombra del Fujiyama Kent nella classe 250 si piazza sesto…….su sei arrivati al traguardo (degli undici partenti in tutto, causa la defezione della Honda che aveva già vinto il Titolo), guadagnando un altro punticino mondiale e, cosa importantissima, si fa notare dai suoi futuri dirigenti Yamaha, dai quali è anche informato che da lì a poco sarebbero state commercializzate le nuove bicilindriche TD 250 raffreddate ad aria, destinate ai corridori privati, cui poi seguiranno negli anni successivi le TR 350.

    Lo svedese mette subito gli occhi sulla TD, che giudica ideale per le sue aspirazioni di privato (la bicilindrica, derivata da una moto di serie, è infatti semplice, leggera, di facile manutenzione, robusta e velocissima) ma il viaggio fino al Giappone lo ha lasciato completamente al verde, tanto che deve rinviare l’acquisto di un anno!

    E’ infatti solo alla fine del 67 che il nostro eroe riesce, mettendo insieme tutti i suoi risparmi, a comprarsi una fiammante e competitiva TD1 standard.

    I risultati non tardano ad arrivare. Esordisce nella stagione 68 con uno splendido terzo posto al Nurburgring in 250, dove avviene un altro turning point della sua carriera: i dirigenti della MZ gli offrono una 125, con cui si piazza quinto. Non è tanto il risultato che conta, piuttosto il fatto che Kent capisca di essere particolarmente versato per questa Classe, destinata appunto a regalargli le più grandi soddisfazioni in futuro, sebbene la sua alta statura ed il suo peso non siano certo adatti alle piccole 125. Subito cerca una valida ottavo di litro per la successiva stagione 1969, da affiancare alla sua fida Yamaha 250 privata, e la trova nella tedesca Maico monocilindrica, allora piuttosto competitiva.

    Il 1969 è un anno straordinario per Kent, ma anche molto sfortunato.

    Con una TD2 privata, ma con l’appoggio della Yamaha Svezia (la Casa di Iwata si è ufficialmente ritirata alla fine del Mondiale 68 dopo l’affaire Read – Ivy, e con essa sono finite in soffitta le favolose RA31A 125 e RD05A 250 quattro cilindri a V a disco rotante), allo svedese quasi riesce l’impresa di vincere il Mondiale 250!

    O meglio, arriva a vincerlo, risulta infatti primo nella classifica finale, con due Gp vinti e 108 punti contro i 103 di Carruthers, ma, vittima del regolamento che allora imponeva di scartare i cinque peggiori risultati (una norma che suona assurda adesso, ma che all’epoca aveva una sua logica, per ovviare ai troppi ritiri dovuti alla scarsa affidabilità delle moto coeve), viene inesorabilmente retrocesso al secondo posto dopo Carruthers che, preso il posto nella squadra Benelli di Pasolini infortunato, scende in lizza solo a stagione inoltrata e arraffa fortunosamente il Titolo con la splendida 4 cilindri 4 tempi pesarese, centrando l’ultima occasione possibile per la moto italiana, posta l’anno dopo fuori legge dagli assurdi regolamenti FIM che limitano a due i cilindri per la 250 a partire dal 1970.

    All’ultimo Gp iridato della stagione, sul pericolosissimo circuito stradale di Abbazia, in Yugoslavia, con lo svedese in lotta per il Titolo con Herrero su Ossa e Carruthers su Benelli, avviene infatti l’incredibile: ritirato Santiago per caduta (e fino a quel momento, il Campione Iridato era lui!!), Kent a due giri dalla fine è in testa ed ha a sua volta il Titolo Mondiale – scarti compresi – in tasca, ma a quel punto la sua Yamaha grippa improvvisamente, ed egli non può in alcun modo evitare una rovinosa caduta!

    Stringendo i denti risale in fretta sulla moto, riesce a farla ripartire, ma ormai Carruthers e Parlotti (ingaggiato dalla Benelli solo per questo Gp, al fine di togliere punti a lui e ad Herrero) lo hanno passato, e Kent giunge, ammaccato e disperato, solo terzo al traguardo.

    Di questo Mondiale dall’incredibile finale, perso dallo svedese così rocambolescamente, è importantissimo sottolineare un aspetto fondamentale: Kent lo mancò SOLO per la sua coraggiosa decisione di boicottare il Tourist Trophy (dove invece Carruthers vinse e guadagnò i punti determinanti per battere lo svedese).

    Andersson fu IL PRIMO NELLA STORIA a farlo, in netto anticipo sui tempi, aprendo la strada poi al rovente dibattito sulla sicurezza dei circuiti che, dopo la tragica morte al TT di Herrero e Steenson nel 70 e infine di Parlotti nel 72, mise fine al glorioso ma troppo pericoloso circuito stradale dell’Isola di Man quale Gp iridato, ed in seguito, progressivamente, a tutti gli altri tracciati stradali (che allora erano la netta maggioranza: Imatra, Spa-Francorchamps, Montjuich, Abbazia, Solitude, Ulster, Brno, inoltre i vecchi circuiti stradali del Nurburgring e del Sachsenring, per citarne solo alcuni oltre il TT) del Continental Circus.

    Come ho già scritto altrove, in Italia l’epoca eroica dei circuiti stradali – tranne rarissime eccezioni nei due anni successivi – si chiude amaramente e per sempre nel 71, con la scomparsa di Bergamonti a Riccione.

    Sorge spontanea un’altra riflessione, circa lo splendido Campionato Mondiale 250 del 69: quale fantastico spettacolo da ammirare fu quello, non solo da un punto di vista agonistico, ma anche tecnicamente parlando, quando una leggerissima monocilindrica a due tempi raffreddata ad aria, la rivoluzionaria Ossa 250 monoscocca, si batteva ad armi pari con una più potente bicilindrica sempre a due tempi come la TD2, e tutte due tenevano testa alla quadricilindrica italiana bialbero quattro tempi (a due o quattro valvole, esistevano entrambe le versioni), ancor più potente, ma anche ben più pesante delle due rivali, quella Benelli che fu di Provini e poi di Pasolini, prima di trionfare con Carruthers!

    Nel 1969 Kent si piazza anche quarto nel Mondiale 125 con la Maico, primo dei privati.

    Seguono due anni interlocutori, in cui alterna buoni risultati a seri infortuni. Nel 1970, suo primo anno da “ufficiale” nel Team Yamaha NV-Netherlands della filiale olandese assieme a Rodney Gould, che vince il titolo della quarto di litro, Kent arriva comunque al terzo posto finale in 250 ed al quarto in 350.

    Il 71 è invece l’anno nero dello svedese, a causa di due successive cadute, prima ad Assen e poi ad Imatra, che lo costringono a lunghe pause di inattività: alla fine raccoglie pochissimo, appena nono in 125 e quattordicesimo in 250!

    Andersson ritorna alla grande nel 1972, alla caccia del titolo 125, ma paga ancora carissima la sua coerenza nel boicottare il TT: di nuovo un beffardo secondo posto finale! Stavolta chi fa amaramente le spese dell’impietoso gioco degli scarti è l’inglese Chas Mortimer, che dal primo viene retrocesso addirittura al terzo posto, dietro al furbo spagnolo Nieto ed allo svedese, che invece è solo settimo in 250 nell’anno che vede, in questa Classe, il successo Iridato dell’astro nascente Saarinen, amico fraterno di Andersson. 

    A questo punto, dopo due Titoli Mondiali persi per un soffio, un altro avrebbe mollato tutto. Non certo Kent, che caparbiamente invece si schiera da pilota ufficiale (continuando a correre in 250 e 350 da privato) solo in 125 sulla Yamaha OW15 bicilindrica, finalmente travolgendo tutti nel biennio successivo, anche la sua ormai proverbiale sfortuna che lo costringe nel 73, dopo cinque vittorie iniziali, ad una lunga pausa per infortunio e poi a correre eroicamente il “suo” Gp di Svezia ad Anderstorp, dove seppur ancora ingessato deve gareggiare per forza, arrivando secondo e precedendo Mortimer, suo compagno di squadra, che stava per carpirgli il Titolo.

    Nel 74 lo svedese concede il bis: rivince facilmente e meritatamente la Corona Iridata dominando il campo, e trionfando in 5 Gp sui 10 in calendario. In 250 si aggiudica il velocissimo Gp del Belgio a Spa-Francorchamps e finisce all’ottavo posto finale.

    Nel 75 invece, appena pochi mesi dopo, tira tutt’altra aria in 125: sono arrivate le invincibili e strapotenti Morbidelli bicilindriche a disco rotante di Pileri e Bianchi, e per Kent la delusione è davvero cocente, nonostante il primo Gp vinto trionfalmente al Paul Ricard, anche a causa della disorganizzazione iniziale del Team pesarese, destinato peraltro a dominare letteralmente il resto del Campionato. Tuttavia la sua stagione 75 non risulta affatto un disastro, perchè su un mezzo palesemente inferiore alle bicilindriche pesaresi il nostro eroe finisce comunque terzo in classifica generale, ed occorre notare che senza il solito ed ormai anacronistico gioco degli scarti sarebbe stato ancora una volta secondo assoluto!

    Kent forse è ormai appagato, e nel 1976, l’anno dopo, vedendo come la situazione in 125 non sia destinata a cambiare, stante la assoluta supremazia delle potentissime ed iperveloci Morbidelli, decide di ritirarsi improvvisamente a meta stagione, non tornando a gareggiare dopo la pausa estiva.

    Andersson dai trionfi Mondiali torna così modestamente nell’ombra, squattrinato esattamente come quando aveva iniziato la sua avventura mondiale oltre dieci anni prima, e per vivere apre una piccola tipografia in Svezia, nella sua cittadina natale.

    Dopo il suo ritiro scrive anche un libro di memorie agonistiche, purtroppo a quanto mi risulta mai uscito dalla Svezia, e pertanto mai tradotto in inglese, il cui titolo suona all’incirca “The show must go on” – come mi disse lui stesso – ispirato alla triste vicenda del suo fraterno amico Jarno Saarinen, alla cui memoria Kent in effetti dedicò i suoi due Titoli Mondiali.

    Riassumendomi brevemente il contenuto del libro, il Campione svedese mi disse come non vi si trattasse in effetti di motociclismo in senso stretto, non essendo quella una raccolta di memorie, piuttosto della sua percezione delle corse e dello sport in generale, e quello motoristico in particolare.

    Visto che dopo la Tragedia di Monza 73 si era addirittura parlato di proibire le corse motociclistiche, in questo testo Andersson metteva in guardia da simili assurdità, sostenendo che i giovani avrebbero comunque trovato qualche altra cosa, magari ancor più rischiosa, pur di sfidare il pericolo e di misurarsi in gara.

    Aveva pienamente ragione, il saggio Kent.

    Lo spettacolo deve comunque andare avanti, e si deve imparare dagli errori commessi in passato, per poter continuare a correre in sempre più avanzate condizioni di sicurezza.

    Lo sapeva bene, lui che pur correndo in tantissimi circuiti stradali, si era sempre rifiutato di correre allo IOM TT, da lui ritenuto – a torto o a ragione – troppo pericoloso, imitato in ciò dall’amico Saarinen, che pure non mise mai piede nell’Isola.

    Si chiude così la prestigiosa carriera di questo coraggioso e grintosissimo pilota, vincitore di due Titoli Mondiali in 125 e 19 Gp (di cui 14 in 125, 4 in 250 ed 1 in 750, IL PRIMO Gp in assoluto nella Storia disputato in questa Classe, da Kent vinto nel 73 in sella ad una TZ 350 standard), per ben 53 volte sul Podio in Gp e tuttora l’unico Svedese Iridato nel Mondiale Velocità, che armato solo della sua granitica volontà, e sospinto unicamente dalla sua grande passione seppe battere anche la Sfortuna

    .

    Che differenza, ragazzi, dai piloti di oggi, miliardari a neanche diciott’anni, capricciose e spocchiose prime donne (dei miei stivali…….). Che abisso, per talento, classe, abnegazione, modestia e correttezza, corre da codesti mocciosi viziati ai veri Eroi oscuri ma carichi di Gloria come Kent!

    A tutti noi mancheranno terribilmente la simpatia, la modestia, la contagiosa allegria che sempre accompagnavano la sua carismatica figura alta e magra, allampanata, ed i suoi sinceri occhi azzurri incastonati in un volto sereno e gentile, ancora incorniciato dalle lunghe basette bionde che lo caratterizzavano in gioventù.

    Onore e Gloria eterni a te, amico Kent, che ora riposi nel Giardino degli Immortali del Motociclismo.

    DONOVAN

    Foto: Google.it