Schumacher: Michael tre anni dopo. Quanto ci manchi!

Schumacher: Michael tre anni dopo. Quanto ci manchi!

Tre anni fa, sulle nevi di Meribel, in Francia, l'incidente drammatico sugli sci di Michael Schumacher

da in Formula 1 2017, Michael Schumacher
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    Meribel, l’Alta Savoia. Mete conosciute ai forzati dello sci e della settimana bianca, almeno fino a tre anni fa, quando l’area intorno a Grenoble – così come il suo ospedale – divennero famose come un circuito del mondiale. La storia della Leggenda, del Kaiser, più semplicemente di Michael, si è quasi interrotta lì. Trentasei mesi dopo siamo a ricordare Schumacher, consolandoci con l’illusione che sia passato il peggio e che, a breve, torneremo a vederlo e ricordare quegli istanti drammatici come fosse il racconto di un mondiale andato male. Non sarà così, perché il tedesco lotta per riconquistare la vita, per come propriamente si possa intendere, riemergendo da uno stato che è, purtroppo per noi, vicino a quello di un vegetale. C’è la realtà e ci sono le speranze.

    Tenne con il fiato sospeso tutti in questi giorni del 2013, Schumi. Oggi come allora, chi lo considerava (e lo considera tutt’ora) uno di famiglia dopo l’epopea Rossa che seppe costruire, non può fare a meno di ricordare. Le riviste scandalistiche (o poco più) hanno ricamato su presunti costi faraonici per la sua riabilitazione in Svizzera, a casa sua, come se fosse affare di pubblico rilievo il modo in cui la famiglia spende i guadagni di una vita, provando a dare tutti i migliori supporti possibili e conosciuti dalla scienza per il bene di un marito, di un padre. Sono gli sciacalli della tastiera e dei rotocalchi.

    Gli appassionati veri, quelli che ricordano il 1996 e l’arrivo in Ferrari, la prima vittoria a Barcellona, poi il titolo mondiale sfumato a più riprese già dal 1997, le imprese epiche riuscite e quelle mancate per un soffio (Spa nel 1998, ndr), fino alla missione compiuta, 21 anni dopo Sheckter, a Suzuka nel 2000: ecco, chi ricorda tutto ciò, farebbe chissà cosa per rivederlo anche solo in tv, a salutare tutti, dando l’arrivederci magari a un’esibizione in pista. Come un vecchio amico che incontri al bar.

    Il profano, distaccato, potrebbe dire: “Beh, era solo un pilota, vincente, ma pur sempre uno sportivo”. In realtà Schumi era tanto altro, era una fede, la certezza che dal cappello potesse tirare fuori quei decimi che la macchina non aveva, per portarla sullo stesso piano degli avversari e correre alla pari: era una speranza. Riuscivi a nutrire fiducia, c’era l’attesa per il numero sul bagnato, negli anni di magra della Ferrari.

    E’ mito la casa di Maranello, nessun pilota può legittimamente dire di poter essere più grande della leggenda del Cavallino rampante, eppure è una certezza che vacilla mostruosamente quanto parli di Schumacher.

    Il campione passa, vince, va via e resta il bel ricordo. Con Michael è stato diverso, perché ha trafitto i cuori degli appassionati, e chi se ne fregava se non parlava italiano, insulsa critica delle penne e dei commentatori da bar, figure che non riuscivano a percepire la grandezza del pilota. Non è un’esagerazione dire che una vittoria nella sua seconda vita sportiva in Mercedes, sarebbe stata salutata con ancor più piacere dai tifosi Ferrari che non una della rossa. E che gioia a Montecarlo, con quell’ultima pole firmata sul campo! Sottratta dal regolamento per una penalizzazione maturata la gara precedente. Si spiega forse in parte con alcuni episodi proprio della parentesi in Mercedes, l’amore verso Schumi da parte dei ferraristi: le battaglie del Canada per un quarto posto appena, il duello con Hamilton a Monza per posizioni non certo di vertice, o ancora il podio di Valencia. Flash che riaccendevano la passione per Michael, quasi non fosse passato a un team avversario.

    Non ha infiammato tutti i tifosi come riuscì a Senna, ma del tedesco era impossibile non amare quella perfezione assoluta e maniacale nel lavorare con il team, far crescere la monoposto, partire da zero e arrivare a dominare per quattro stagioni consecutive (2000-2004). Ha scritto la storia della Ferrari più di ogni altro: detrattori e tiepidi appassionati devono prenderne atto. Guardare al futuro della casa di Maranello pensando di replicare anche il 10% di quanto seppero creare Schumi, Todt, Brawn, Byrne, tutta la squadra e – non dimentichiamolo mai, specialmente quando si ascoltano le critiche alla gestione appena liquidata – il presidente Montezemolo, appare come un’utopia.

    Quel futuro che per gli Schumacher significa una sola cosa: un lento, progressivo, miglioramento della salute di Michael, per nulla scontato, per nulla automatico. Dirgli “Bentornato, quanto ci sei mancato!”, è il desiderio che intimamente coltiviamo, nell’attesa che si materializzi all’improvviso, un giorno non definito, per la più grande e bella delle sorprese. Aspetteremo. Intanto, non resta che fare gli auguri al Kaiser di Kerpen, per un 2017 che lo vedrà compiere 48 anni il 3 gennaio e dirgli, non senza un groppo in gola: “Buon anno Michael, torna presto!”

    Fabiano Polimeni

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