Valentino Rossi: quando il pilota non fa più la differenza

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    MotoGp Indianapolis, il sabato prima della gara

    57 Secondi. Questo è il distacco sul traguardo che divideva nel gran premio di Indianapolis il vincitore Dani Pedrosa da Valentino Rossi. Dieci secondi dopo troviamo un Karel Abraham su una Ducati clienti, e dopo soli tre secondi la prima delle CRT.

    Non c’è modo di leggere queste notizie e non pensare che la fine tanto acclamata sia giunta. Il primo commento apparso sul web è stato “Rossi ha chiuso il gas”. E, da qualunque punto di vista, è esattamente cosi.

    Di cosa parliamo? Parliamo di un Pilota considerato il Top fra i Top, Valentino Rossi, che è riuscito a vincere 9 mondiali con tre moto diverse in tre categorie diverse, dominandone una buona parte. È riuscito a battere piloti del calibro di Max Biaggi, Marco Melandri, Sete Gibernau, Casey Stoner, Daniel Pedrosa e Jorge Lorenzo, tutte persone che hanno un palmares di calibro. È riuscito a vincere alla gara d’esordio con una moto (la Yamaha) che tutti consideravano un “cancello”, assolutamente non competitiva. È riuscito a dare un secondo al giro agli avversari sotto l’acqua perché “cominciava ad avere freddo”. È diventato l’idolo delle folle, assediato a tutti i GP da una marea di tifosi indossanti il suo Giallo Fluo. Ha creato un marchio con il suo numero, il 46, lo stesso del padre quando correva. Ha creato la leggenda.

    Ma l’infinito non esiste. Gli sport sono impietosi ed estremamente competitivi, ed il motociclismo non è da meno. E ci sono cose che segnano anche di più dell’età, fatti che non si dimenticano, cicatrici profonde. Quello che si riesce a fare a 25 anni, è difficile ripeterlo a 33, soprattutto se è qualcosa di straordinario e fuori dal comune.

    Di parole ne sono state spese cosi tante che lo stesso Dottore dice che non sa se è ancora competitivo. La sua stessa aura di sicurezza si è incrinata, martellata per due anni da prestazioni scarse anche per un rookie, figuriamoci per qualcuno con la carriera del 46. Ma di fattori a concorrere i risultati ce ne sono parecchi, e va dato un colpo alla botte e uno al cerchio, altrimenti il quadro non si capisce.

    Quando, nel 2010, venne annunciato dal management Ducati che la prossima stagione la casa Italiana avrebbe avuto un pilota altrettanto Italiano, che corrispondeva al nome di Valentino Rossi, i sorrisi a 32 denti furono molti di più delle smorfie. Solo i Ducatisti più conservativi, i tifosi del solo Stoner per intenderci, avevano seri dubbi su questo ingaggio da favola. Erano anche coloro che però conoscevano bene il marchio, la sua filosofia e non erano solo spettatori “della domenica”, loro di tecnica ne capivano molto di più dell’80% di coloro che facevano e fanno lo share di ascolti della MotoGP. Sapevano che Valentino è un gran pilota ( anche se si sarebbero tagliati la lingua prima di ammetterlo), ma avevano dubbi sul suo stile e sul suo modo di rapportarsi ad una moto che non poteva semplicemente essere modificata a piacere, necessitava anche di adattamento da parte del “fantino”.

    I dubbi ad inizio stagione erano molti, e vennero ingigantiti dai risultati sia dei test precampionato, sia della gara di Doha 2011. Cosi, dopo una stagione di sofferenze che tutti sanno e che quindi è inutile riassumere, la casa Bolognese decise che avrebbe ottenuto una moto competitiva a tutti i costi (pur di non perdere la faccia) e Filippo Preziosi ingoiò il rospo. Arrivo quindi per i test del 2011 il benedetto telaio doppio trave discendente. Altra iniezione di fiducia, altri test. Il gap era diminuito e, testuali parole “si può spingere di più e abbiamo tanto margine di miglioramento”. In meno di una settimana, il crollo. “La moto non và, io ho provato a sistemarla ma non sono un ingegnere, in Ducati non mi danno retta”.

    Sono stati spesi in meno di due stagioni piu di 20 milioni di euro. Sono stati fatti test, cosi tanti da necessitare il cambio del regolamento. È stato profuso impegno, molti meccanici e ingegneri hanno passato notti insonni. E poi è stato sputato veleno su tutto il lavoro eseguito. Ma a pochi è venuto il dubbio che la colpa non sia per questo famoso 90% di Ducati. Dorna ad inizio anno aveva già detto che Valentino avrebbe avuto una moto competitiva per il 2013, bisognava dare qualche cosa da comprare alla gente considerando il passaggio dei diritti a Sky dal 2014. Ovviamente non intendeva una Ducati.

    Adesso Rossi si ritrova affiancato al tanto odiato Lorenzo, con un management che non lo ha mai veramente apprezzato, ma con una moto che al momento guida il mondiale, quindi decisamente competitiva. Il contratto offertogli prevede due anni ancora di MotoGP, e poi due di SBK. Ma adesso la domanda che si fanno in molti, e che si fa lui stesso è questa:

    Cosa succederà, se i risultati non arriveranno?

    Alex Dibisceglia