Valentino Rossi: si scrive Ducati, si legge Disastro [FOTO]

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    MotoGP Aragon 2012 Prove libere

    Un fulmine a Ciel Sereno aveva colpito il mondo della MotoGP a Misano. Al Santa Monica si era finalmente visto quello che gli appassionati del marchio di Borgo Panigale desideravano da due anni, ossia una Rossa ufficiale sul podio, con il tanto desiderato e poi tanto ripudiato “Va Lentino” Rossi, come lo hanno soprannominato i Ducatisti. Un podio ottenuto anche grazie all’assenza di Stoner, ancora infortunato, e dalla caduta di Dani Pedrosa, che proprio ieri si è messo a “lavorare” per eliminare i 33 punti di vantaggio che lo separavano da Lorenzo Il Magnifico. Resta comunque il miglior risultato che una qualsiasi Ducati MotoGP abbia ottenuto dalla perdita di Casey Stoner.

    Dare la colpa solo ai Piloti, o solo alla Moto, sarebbe ingiusto e non darebbe nemmeno un quadro esatto della situazione, al di là di simpatie personali. Ducati corre in questa stagione con 4 piloti, i due ufficiali (Nicky e Vale) più un Hector Barbera poco aiutato dagli infortuni rimediati in corso d’opera (come ad esempio ad Indianapolis) ed un Karel Abraham che fa ancora parte della famiglia solo grazie al capiente portafoglio del genitore, situazione destinata a cambiare al termine di questa stagione per il suo passaggio alle CRT, decisamente più adatte ad un pilota del suo “Calibro”. Eppure qualcosa non funziona, e ci sono comunque due campioni del mondo in squadra, di cui uno con nove stelle sulla tuta. Un pedigree che non riesce a concedere molto ai risultati, e che fa pesare sulla squadra e su un Filippo Preziosi in difficoltà tutta la responsabilità del fallimento. Ma le cose non sempre sono come appaiono

    Ci sono stati sussurri di cospirazioni, qualcuno diceva “in Ducati hanno speso milioni per non lasciare Rossi alle altre squadre e per farlo andare piano”. Si è detto peste e corna del managment, dei piloti, della moto, dell’organizzatore. Ma nessuno ha davvero considerato che forse, solo forse, certe moto e certi piloti non saranno mai fatti per stare insieme. Non c’è capacità di adattamento che regga, gli opposti si attraggono ma i risultati nel migliore dei casi sono catastrofici. No, la realtà è talmente semplice che le persone non desiderano accettarla. La moto non è competitiva, Valentino Rossi non vuole correre rischi per dimostrare qualcosa che un pluricampione del mondo come lui non è tenuto a dimostrare, Hayden per quanto costante non ha il guizzo per ripetere la stagione che fece in Honda e Barberà non è un fuoriclasse. La somma di questi fattori, al netto delle scuse più inutili, riconduce ai risultati odierni. Stop.

    Non si può davvero dare torto a nessuno. Ducati si è sacrificata dal punto di vista psicologico per tentare di ottenere una moto più competitiva, quando la casa Bolognese era una casa basata sull’immagine e sul marchio, mentre Rossi ha tentato di comprendere e migliorare un pacchetto che non era più competitivo già da prima del suo arrivo. Gli altri, tutti, si sono impegnati per ottenere i migliori risultati possibili con una moto comprensibile per pochi e vincente per uno solo, ma la battaglia era talmente ad armi impari che non si è potuto ottenere un risultato soddisfacente per nessuno, Ducati e Tifosi in primis. Ora, dopo quel bagno di luce ottenuto con il secondo posto del 46 a Misano Adriatico, ritorna la doccia fredda durata 700 giorni e destinata a perdurare almeno fino alla fine del campionato, dove ci sarà un passaggio di testimone tra piloti italiani, con Andrea Dovizioso a riprendere da dove Rossi lascia, magari per ritornare a soluzioni più congeniali e più comprensibili (leggere Telaio a Traliccio) per Ducati e per Preziosi.

    In tutto questo va fatto onore a Nicky Hayden per il coraggio. Non si può dire che non ci abbia provato fino alla fine.

    Foto Ap/LaPresse