Tre anni fa moriva Nicky Hayden, il ricordo della MotoGP per il suo Kentucky Kid

Il campione americano, il 22 maggio 2017, perdeva la vita in seguito alle ferite riportare in un tragico incidente

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    Nicky Hayden

    Sono passati esattamente 3 anni da quel 22 maggio 2017 che nessun appassionato, non solo di moto ma di sport in generale, potrà mai dimenticare. Il 22 maggio 2017, infatti, se ne andava Nicky Hayden, pilota e campione del mondo MotoGP 2006 di appena 35 anni, travolto da una macchina dopo che l’americano non si era fermato allo stop mentre si allenava in bicicletta. Un destino beffardo per chi sfidava la vita correndo in moto a 300 km/h su tutte le piste del mondo, una fine ingrata dopo sei giorni di lotta tra la vita e la morte in un letto di ospedale. Il destino, però, ha la sua puntualità e il Fato ha deciso che a Kentucky Kid, uno dei piloti più amati e più umani nella storia delle corse a due ruote, spettava una fine da uomo comune, proprio così come era stata la sua vita in pista e fuori, una qualità che l’americano non aveva mai perso nonostante la notorietà e il successo. Una storia senza lieto fine, la sua, alla quale manca la vittoria più grande, quella con la vita, ma che rimane scolpita nella mente di ogni sportivo tanto che anche la MotoGP, con un post, ha voluto ricordare.

    Gli esordi e l’approdo in MotoGP

    Nicky Hayden, nato nel 1981 a Owensboro, ha rappresentato il sogno americano, quello di un uomo comune che è riuscito a raggiungere la vetta. Una passione per le due ruote ereditata dal padre che lo portò, nel 1998, ad iniziare la sua carriera nelle serie minori americane. La prima corsa ufficiale di un certo livello fu all’AMA Supersport dove dimostra fin da subito di aver delle ottime qualità. Nel 2002, prima del suo approdo in MotoGP, conquista il titolo dell’ AMA Superbike Championship e vince anche la 200 miglia di Daytona. In patria viene considerato un grandissimo pilota tanto che la Honda lo vuole mettere subito sotto contratto ed affidargli la RC211V del team ufficiale. Hayden si ritrova cosi, nel 2003, con Valentino Rossi come compagno di box. Il successo non è immediato, ma la costanza alla fine premia sempre.

    L’impresa 2006 che portò al titolo mondiale

    Nel 2005 è terzo nel mondiale grazie alla vittoria nei suoi Stati Uniti e ad altri 5 podi, ma è il 2006 a consacrarlo nell’Olimpo dei grandi. Due successi e 8 podi, e una scivolata clamorosa di Rossi nella penultima gara a Valencia, gli regalano quel titolo mondiale sognato fin da bambino: è l’apice di una carriera fatta di sacrifici e applicazione, di anni passati a rimboccarsi le maniche aspettando l’occasione giusta. I suoi detrattori – pochissimi, per la verità – ancora oggi sostengono che quel mondiale non fu vinto da Hayden ma perso da Rossi, dimenticando come l’americano avesse battagliato per tutta la stagione con il Dottore: parole diverse per certificare come la bravura di trovarsi nel posto giusto al momento è forse ancora più importante del talento puro. Una circostanza che Woody Allen racchiuse in una delle frasi cult di un film altrettanto mitico, “Match Point”, sottolineando come “Chi disse preferisco avere fortuna che talento percepì l’essenza della vita”. Nicky Hayden lo ha fatto e per questo merita un posto al sole come tutti gli altri, se non di più.

    Negli anni successivi Hayden non riuscì più a ripetere quella stagione mitica passando prima in Ducati, trovando ancora una volta Rossi come compagno di squadra, e poi tornando alla Honda, prima del ritiro nel 2016 dopo aver tentato l’avventura in Superbike. Un anno dopo, in quel triste 22 maggio 2017, la sua tragica fine: la musica nelle orecchie durante una pedalata d’allenamento, uno stop non rispettato e il tremendo impatto con una macchina che, ironia del destino, sia trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un appuntamento con il destino impossibile da rimandare, la sua storia era stata già scritta: sei giorni di lotta in ospedale, poi l’annuncio che nessuno avrebbe voluto sentire. Nicky Hayden è morto, Kentucky Kid stavolta non ce l’ha fatta. Una fine come tanti, nessuna impresa da supereroe, il campione non è riuscito a vincere la sua partita più importante: una scomparsa da uomo comune, esattamente così come aveva vissuto la sua intera vita sportiva e non solo.