Un anniversario che profuma di futuro: alla presentazione di Pramac, Paolo Campinoti ha riaperto il cassetto dei ricordi e ne ha tirato fuori un retroscena che cambia la prospettiva sul mercato 2024. Sullo sfondo, un nuovo capitolo con Yamaha e l’ambizione di tornare al vertice, come già accaduto nel ciclo con Ducati.
Paolo Campinoti ha raccontato un’avventura iniziata quasi per caso. Venticinque anni dopo, il team che si paragona al Leicester continua a ribaltare i pronostici. L’idea è semplice e ambiziosa: con Yamaha fare quello che Pramac ha fatto con Ducati. Portare una struttura “privata” a stare stabilmente davanti. Vincere, quando tutti pensano che non sia il tuo turno.
Yamaha beneficia delle nuove concessioni. Più test, più sviluppo, più chilometri veri per i piloti. Qui entra in gioco Pramac: organizzazione snella, mentalità da “fabbrica artigiana”, esperienza maturata al top del motomondiale. La rotta guarda già al 2026. Due stagioni per costruire. Una per battere. È la promessa, più che il proclama.
Pramac ha saputo far esplodere talenti e capitalizzare momenti-chiave. Nel 2023, con Jorge Martin, ha spinto il mondiale fino a Valencia. A Phillip Island, Johann Zarco ha firmato la sua prima vittoria in MotoGP. Non sono fiammate. Sono indicatori di metodo: struttura, dati, nervi saldi. Quello che serve a una casa ufficiale in ricostruzione.
La notizia arriva a metà discorso, quasi di lato. Campinoti confessa che nel mercato 2024 c’è stato un bivio: Marc Márquez avrebbe potuto vestire i colori Pramac. L’offerta c’era. Lui ha detto no. Parole del patron, riportate sul palco della presentazione. Non tutti i dettagli sono pubblici e alcune parti restano non confermate: per esempio, i termini precisi dell’offerta o le clausole tecniche. Ma il quadro è chiaro. In quel momento, Marc sceglie un’altra strada. Punta su un contesto “leggero”, con libertà di manovra e continuità umana. Alla fine approda in un team indipendente e, un anno dopo, conquista la sella ufficiale. Un capolavoro di tempismo.
Che Pramac era già snodo centrale dell’ecosistema Ducati. Che, se un fuoriclasse valuta seriamente un progetto “satellite”, quel progetto pesa. E che la partita non finisce con un no. Si sposta. Cambiano attori, restano ambizione e metodo.
L’obiettivo è esplicito: riportare Yamaha dove è stata per lunghi anni. In cima. Pramac porta cultura di team, velocità decisionale, capacità di sviluppare pacchetti completi attorno al pilota. Yamaha, dal canto suo, sta investendo in motore, erogazione e guida “amica” del pilota. Non servono miracoli, serve sequenza: test, dati, scelte. La ricetta che ha reso dominante Ducati.
Con un ecosistema più equilibrato dalle concessioni e un partner che “sa stare davanti”, la combinazione può generare risultati. Non subito, non per magia. Ma con ritmo. La stessa musica che Pramac ha imparato a suonare quando nessuno la conosceva.
Squadra piccola, sogno grande, realtà ancora più grande. La domanda, adesso, è semplice: quando si riapriranno le serrande dei box nel 2026, vedremo la stessa scintilla negli occhi di chi ha scelto la strada più difficile? Perché a volte la differenza, in pista, la fa proprio quel tipo di scommessa. E chi la vince, poi, non ha più bisogno di spiegazioni. Solo di un’altra partenza buona.
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