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Dakar 2026: L’Indomito Spirito di Solidarietà nel Mondo del Rally – Il Racconto di Maurizio Gerini

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Nel deserto la regola non scritta è semplice: fermati, dai una mano, poi riparti. Alla Dakar, lo chiamiamo ancora “spirito”. Ma cosa succede quando il cronometro morde e le squadre pesano? Il racconto di Maurizio Gerini riapre il coperchio di una verità scomoda e necessaria.

La Dakar non è solo un rally-raid. È un patto tra sconosciuti che condividono un orizzonte. Per anni il codice è stato chiaro: se vedi qualcuno in difficoltà, ti fermi. Era una prassi prima ancora che un regolamento. Oggi tutto è più organizzato, eppure quella regola resiste. È cambiata? Sì e no. E il “no” vale più del “sì”, se chiedi a chi ci vive dentro, come Maurizio Gerini.

Il contesto conta. La gara supera spesso i 7.000 km totali, con oltre 4.000 km di prove speciali. Le moto viaggiano con Iritrack e sistema Sentinel per segnalare sorpassi e allarmi. Dal 2021 il roadbook digitale ha cambiato il ritmo: lo ricevi la mattina, la navigazione pesa più della memoria. Gli airbag per le moto sono obbligatori. I soccorsi aerei puntano a intervenire nell’arco di circa 20 minuti. Questo è lo scheletro.

La carne, però, è altrove: nel bivacco, tra caffè annacquati e catene unte, dove la solidarietà non si pianifica. Un leveraggio piegato si raddrizza con una pietra. Un cavo frizione passa di mano in mano. Chi ha corso nella classe “senza assistenza”, la Malle Moto, sa che un bullone prestato può salvarti una Dakar. Gerini, veterano, lo ripete spesso parlando con i giovani: se ti fermi dieci minuti oggi, domani trovi qualcuno che si ferma per te.

E il rovescio? C’è. A volte la bussola etica si piega alla strategia. Il compagno di squadra che attende nel tratto veloce, il camion d’assistenza che appare dove non dovrebbe, il pilota che “vede” e tira dritto sperando in un tempo netto. Le regole riconoscono i minuti di assistenza a chi presta soccorso, ma la linea tra cuore e calcolo può diventare sottile. È il prezzo della professionalizzazione. Ed è qui che si misura chi sei davvero.

La 7a tappa: ripartenza e nodo psicologico

La settima prova, dopo la giornata di riposo, è una lama. Il corpo è più fresco, la testa no. Le mani cercano abitudini: pressioni gomme, controlli sulla benzina, tarature delle sospensioni, consumo pastiglie. Il tablet del roadbook si illumina e la voce interiore ricomincia a parlare. Gerini la descrive come una ripartenza asciutta: si esce dal bivacco presto, il freddo punge, l’aria odora di benzina e sabbia.

Sul terreno, la “7” tende a impastare elementi: piste scorrevoli, tratti di pietra tagliente, “cap” precisi in zone di eco-dune, una neutralizzazione a metà per sicurezza e rifornimento. Qui l’errore pesa più del gas. Un waypoint non legge, torni indietro, perdi il ritmo. È in questi vuoti che lo spirito di squadra torna utile. Bastano gesti minimi: un cenno per segnalare una pietra piatta, due dita per dire “pericolo 2”, un pollice verso il cielo per confermare che tutto ok.

E quando non è ok? Allora ti fermi. Si spenge il cronometro interiore, si accende il contatore umano. Chi corre lo sa: perdere tre minuti non è perdere la gara. È guadagnare rispetto, e spesso la direzione gara ti riconosce il tempo. Ma la parte che non finisce nel resoconto è il respiro condiviso, la calma che rimetti addosso a chi trema. Quella è la differenza tra arrivare e finire davvero.

È cambiata la Dakar? Gli strumenti sì. Lo spirito di squadra resiste, ma va protetto ogni giorno, in ogni tappa. Alla fine di una speciale lunga, con la luce bassa e la polvere che fa cinema, resta una domanda semplice: quando toccherà a te, saprai ancora fermarti?

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