Un campione che frena davanti allo schermo per spingere in pista. In vista del 2026, Max Verstappen sceglie la pazienza: pochi giri al simulatore, molte domande appuntate, la voglia di capire davvero la macchina reale quando il semaforo diventa verde. È la calma di chi sa che il tempo giusto non è quello più lungo, ma quello più utile.
Il prossimo cambio di epoca in Formula 1 è scritto. Il regolamento 2026 porta auto più compatte e leggere, aerodinamica attiva regolabile, minore resistenza all’aria. Le power unit ibride abbandonano l’MGU‑H e raddoppiano l’impatto elettrico: bilancio vicino al 50/50 tra motore termico ed energia elettrica, con circa 350 kW di potenza recuperata e 100% carburanti sostenibili. La carreggiata si stringe, il passo si accorcia, il carico da fondo si riduce. In sintesi: più efficienza, meno drag, più gestione di energia. È una riscrittura profonda, approvata dalla FIA nel 2024, che impone a team e piloti un nuovo alfabeto di guida e sviluppo.
I simulatori sono la palestra per tradurre la teoria in sensazioni. Ma quando il regolamento cambia così tanto, la correlazione tra modello virtuale e pista resta un bersaglio in movimento. Modelli aerodinamici da rifinire, mappe energetiche in evoluzione, gomme da interpretare. In questo contesto, un eccesso di ore davanti allo schermo può diventare una sicurezza apparente.
Il metodo Verstappen
La scelta di Verstappen è netta: poco sim, molta attenzione alla qualità. Non ci sono numeri ufficiali sui giri svolti nei centri di Milton Keynes, e il team non ha diffuso dettagli sul suo carico di lavoro digitale. È però chiaro l’approccio: meglio evitare di fissare abitudini su basi ancora fluide e rinviare i giudizi alla macchina reale. È un taglio pragmatico, coerente con la sua storia: Max ama il sim racing (corre spesso con Team Redline in endurance virtuali), ma distingue ciò che serve a tenere i riflessi affilati da ciò che davvero guida le scelte di sviluppo.
Che il simulatore non simula: l’inerzia piena di un telaio più corto, il respiro dell’ibrido quando la batteria entra in gioco, la risposta del retrotreno quando l’aerodinamica attiva cambia angolo a 320 all’ora. Vuole capire con il corpo, non solo con i dati. E, soprattutto, preferisce dare feedback su un’auto che esiste, perché ogni dettaglio di fabbrica – un attuatore, una mappa, una geometria – può spostare la realtà rispetto al modello.
Significa usarlo per ciò che serve ora: scenari, procedure, prove di correlazione, coerenza tra reparti Red Bull e power unit 2026 sviluppata con il partner designato per l’era nuova. Ma niente culto del “più è meglio”. Il rischio, in transizioni così ampie, è allenarsi alla cosa sbagliata.
Quando il riferimento della griglia decide di alzare il piede dal simulatore, manda un messaggio interno: prima confermiamo i fondamenti, poi ottimizziamo. È un invito a mettere ordine, a separare il rumore dal segnale. E a ricordare che, finché non c’è asfalto sotto, molte verità restano provvisorie.
Con un clic di cinture e una curva uno che non perdona. Meglio arrivarci con la mente sgombra che con la testa piena di “quasi”. Tu, davanti a un salto così, sceglieresti la perfezione del pixel o l’imperfezione viva dell’asfalto freddo alle sette del mattino?





